Torino. Caccia ai colpevoli

        

La retorica del dopo-incidenti e le vere responsabilità.

di Fabrizio Salmoni

Non c’è stato bisogno di aspettare le relazione della sindaca in Sala Rossa e i successivi interventi per farsi un’ idea delle responsabilità, quelle vere, degli incidenti di piazza San Carlo. Per la contingenza, bastava leggere i primi rapporti per cestinare mentalmente lamentele (abituali) e pretestuosità varie: le vie di sicurezza (in una piazza che ha sempre ospitato folle più o meno tumultuose, dalle precedenti feste-scudetto, ai Primi Maggio, alla festa appena chiusa di Torino Sette, ai concerti di Capodanno, ecc.); le intrusioni dei venditori abusivi di bottiglie in vetro, denunciate a suo tempo persino dagli attivisti del Gabrio, e soggetti a un’ordinanza “permanente” irregolare per la Consulta (che però non è mai intervenuta sulle ordinanze a raffica imposte ai valsusini per impedire avvicinamenti al cantiere Tav); la logistica e i controlli inadeguati (per cui è sotto accusa il neoquestore Sanna (quello che ha inaugurato il Leggi il resto dell’articolo

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Quale Movida? Parla un profugo

Si è forse toccato il culmine delle polemiche e finora i provvedimenti adottati si sono rivelati delle pezze inefficaci. Chi programma il futuro di Torino dovrebbe scegliere tra modelli culturali, prendere decisioni “diverse”, e por mano alle norme. Riflessioni e suggerimenti.

The nightlife ain’t no good life but it’s my life. (Willie Nelson)               Movida

di Maverick

Sono uno dei tanti fuggiti da San Salvario per evitarmi un esaurimento nervoso: si dormiva si e no due ore per notte per una somma di schiamazzi più o meno preterintenzionali. Non c’erano ancora tutti i locali che ci sono oggi ma quello che c’era già bastava. Da metà serata in poi si cominciava con il jukebox di canzoni napoletane proprio sotto le finestre con conseguente allegra compagnia. Seguivano i grupponi di nottambuli che convergevano verso i due punti chiave della movida, Tuxedo e Hiroshima, anticipando gioiosamente i clamori della nottata; poi in sequenza ravvicinata, l’uscita dai ristoranti, le prime risse tra extracomunuitari, i medesimi che seguitavano i litigi riconciliandosi solo per urinare sulle macchine posteggiate anzichè (almeno) contro il muro; l’uscita da Tuxedo e Hiroshima, le ultime discussioni calcistiche in dialetti nostrani ormai, data l’ora, quasi incomprensibili, gli ultimi ubriachi con a strascico proteste isolate e catinate d’acqua dalle finestre circostanti. Giusto un paio d’ore di quasi quiete per prendere sonno ed ecco gli Ape dei mercatari di piazza Madama Cristina avviarsi a destinazione seguiti a ruota dai camion dell’immondizia che scodellavano con gran frastuono i container. Intorno alle 7 riapriva il bar con il jukebox napoletano e la giornata ricominciava con la gioiosa confusione che turisti, visitatori e residenti “politicamente corretti” (in altri quartieri)  interpretavano come entusiasmante vitalità di un quartiere multietnico.

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