Quale Movida? Parla un profugo

Si è forse toccato il culmine delle polemiche e finora i provvedimenti adottati si sono rivelati delle pezze inefficaci. Chi programma il futuro di Torino dovrebbe scegliere tra modelli culturali, prendere decisioni “diverse”, e por mano alle norme. Riflessioni e suggerimenti.

The nightlife ain’t no good life but it’s my life. (Willie Nelson)               Movida

di Maverick

Sono uno dei tanti fuggiti da San Salvario per evitarmi un esaurimento nervoso: si dormiva si e no due ore per notte per una somma di schiamazzi più o meno preterintenzionali. Non c’erano ancora tutti i locali che ci sono oggi ma quello che c’era già bastava. Da metà serata in poi si cominciava con il jukebox di canzoni napoletane proprio sotto le finestre con conseguente allegra compagnia. Seguivano i grupponi di nottambuli che convergevano verso i due punti chiave della movida, Tuxedo e Hiroshima, anticipando gioiosamente i clamori della nottata; poi in sequenza ravvicinata, l’uscita dai ristoranti, le prime risse tra extracomunuitari, i medesimi che seguitavano i litigi riconciliandosi solo per urinare sulle macchine posteggiate anzichè (almeno) contro il muro; l’uscita da Tuxedo e Hiroshima, le ultime discussioni calcistiche in dialetti nostrani ormai, data l’ora, quasi incomprensibili, gli ultimi ubriachi con a strascico proteste isolate e catinate d’acqua dalle finestre circostanti. Giusto un paio d’ore di quasi quiete per prendere sonno ed ecco gli Ape dei mercatari di piazza Madama Cristina avviarsi a destinazione seguiti a ruota dai camion dell’immondizia che scodellavano con gran frastuono i container. Intorno alle 7 riapriva il bar con il jukebox napoletano e la giornata ricominciava con la gioiosa confusione che turisti, visitatori e residenti “politicamente corretti” (in altri quartieri)  interpretavano come entusiasmante vitalità di un quartiere multietnico.

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Nel segno del Capro. Memoria dovuta a storie, persone e luoghi di anarchia in Italia

posterCaproUn documentario di Fabiana Antonioli – Filmika scrl produzioni, 2015

Non ho particolare affinità politica con l’anarchismo vecchio e attuale ma nella mia parte di vita dedicata all’ impegno sociale ho avuto occasione di conoscere tanti personaggi che si dichiaravano tali. Di molti di loro ho apprezzato la ricchezza culturale e umana, di alcuni la sofferenza indotta dal portarsi appresso un’etichetta discriminante presso la società mediatica e quella cosiddetta “civile”.

Credo di condividere con molti della mia generazione il primo vero impatto con la nozione di anarchia quando Giuseppe Pinelli fu suicidato dal balcone dell’ufficio di Calabresi e quando poco dopo venne arrestato per le bombe di piazza Fontana Pietro Valpreda, il “ballerino anarchico”, definizione che già suonava male alle orecchie e che non per caso venne diffusa su giornali e tv di allora dai giornalisti di regime democristiano (e non solo). Con quella definizione, si dava per intesa una distonia concettuale, disturbante, allarmante: oltre che anarchico, Valpreda era ballerino e quindi, poichè non era Barishnikov, era invece marginale, precario, animale da sottobosco artistico, sfuggente nell’identificazione. Ma nel nome di Pinelli e Valpreda, un’intera generazione trasse spunto di rivolta perchè tutta la faccenda dava sintomi di schifezza e quindi, per contrapposizione, tutti allora, anche chi era leninista, stalinista, maoista, ecc., presero consapevolezza che “anarchia non vuol dire bombe/ma giustizia nella libertà“. Gli esiti e i giudizi di quella stagione sono noti. Leggi il resto dell’articolo

Interstellar e i fantasmi del nostro futuro

InterstellarUn film che è il manifesto delle ipotesi scientifiche più avanzate. Una prospettiva plausibile di futuro dell’umanità su una Terra destinata alla catastrofe ambientale. Un’interpretazione scientifica dei fenomeni “paranormali”.

 

Con qualsiasi occhio lo si voglia guardare, questo Interstellar prende e affascina. Si è detto che continui la strada di Odissea nello Spazio ma è veramente di più: è più scienza che fantascienza (il soggetto è del fisico Kip Thorne) e non percorre i significati esoterici di quello; è messaggio di emergenza ambientale; è verosimile conferma, in chiave universale, del mito della Frontiera americana; è annuncio, e allo stesso tempo speranza, che le nuove teorie su natura e composizione dell’universo abbiano qualche concretezza e si colleghino in qualche misura alle leggi della Relatività. Teorie che, nella loro immensità prospettica, nel film tengono conto ugualmente dei due principi base su cui, secondo l’autore e regista Christopher Nolan (Il Cavaliere Oscuro-Il ritorno), non si transige: la legge di Gravità e l’amore inteso come insieme dei sentimenti umani ( dolore e angoscia del distacco, affetti famigliari, abnegazione e disponibilità al sacrificio per la sopravvivenza della specie, profonda curiosità per l’ignoto).

Il film prende l’avvio dalla condizione ambientale del pianeta Terra ormai allo stremo, devastato da tempeste di sabbia che soffocano il respiro e la natura in uno scenario spettacolare ispirato alla Dust Bowl di Steinbeck, e la manifestazione di presunti fenomeni paranormali sottoforma di messaggi variamente cripati nella stanza della piccola Murph (a 13 anni una già bravissima Mackenzie Foy), figlia dell’ex pilota-astronauta (il migliore, ovviamente) Cooper*. I messaggi Leggi il resto dell’articolo

Django unchained (2013)

di Quentin Tarantino

con: Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Don Johnson, Christophe Waltz, Samuel Jackson, Kerry Washington

I fans di Tarantino e i cinefili in generale rimarranno più che soddisfatti da questo western atipico che rifà il verso allo spaghetti-western. Le tante citazioni, il politicamente scorretto, lo splatting persino ulteriormente accentuato, le facce, la generosità eccessiva nel dipingere personaggi che risultano quasi delle caricature (un po’ come i personaggi dei Cohen), il linguaggio dei dialoghi decisamente “attuale” (“cazzarola!”) e ben poco western, tutto concorre a fare di questo film un caso speciale. Per non parlare della colonna sonora che esordisce sui titoli con una canzone che imita quelle d’epoca di Frankie Lane e prosegue con hits degli anni 60-70 (da Keith Carradine a Richie Havens più un altro brano originale Leggi il resto dell’articolo

Lincoln (2013)

Dir. Stephen Spielberg

con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Hal Holbrook

Capolavoro atipico questo Lincoln che affaticherà chi non ha familiarità con quella storia americana ma che delizierà quanti amano le preziosità della recitazione. Costoro si delizieranno delle qualità di fuoriclasse come Daniel Day-Lewis che, come ha già bene sottolineato qualche recensore, non FA Lincoln ma bensì E’ Lincoln, come Tommy Lee Jones, uno strepitoso Thaddeus Stevens, grande vecchio dei repubblicani radicali e tessitore di intrighi politici, come Hal Holbrook nella parte di Francis Blair capofila dei “conciliatori”, come la Sally Field trasformata nella first lady ossessionata e angosciante per tutti quelli che le stanno attorno, nonché come David Strathaim, l’astuto e infingardo Segretario di Stato William Seward. Per non dover citare la totalità degli attori. Non per niente il film andrà alla cerimonia degli Academy a Hollywood con ben 12 nomination (nessuno verosimilmente  potrà strappare il premio a Daniel Day-Lewis). Leggi il resto dell’articolo

Il Grinta (True Grit, 2010)

Dir. J. e E. Cohen

Con J. Bridges, M. Damon, J. Brolin,

Quando sentite o leggete frasi del tipo ‘Il Western è morto’, non credeteci! E’ un vezzo di critici radical chic da salotto, di quelli che amano discettare su contorsioni tipo ‘… è vivo perché è morto ma è morto perché è vivo…’, buone per le marchette sui loro giornali. Per gli altri, è un problema di ignoranza: non sanno che nel 1985 c’è stato Lonesome Dove che ha suscitato entusiasmi da culto per aver introdotto un nuovo realismo e aver rinnovato il genere cinematografico, non sanno che negli Usa il flusso di produzioni western per cinema e tv non si è mai fermato, non sanno che la cultura western è fondante per tutta la cultura americana, che è vivissima perché lo è  la way of life da cui trae valori, insegnamenti e anche, perché no, clichè e stereotipi di cui si nutre la popular culture. Perché, dispiacerà saperlo ai sinistrorsi, Leggi il resto dell’articolo

Discussione. Elvis, Re del…country

(pubbl. su American West, n.1/2008)

A poche settimane dal suo 75mo compleanno, una discussione sulla vera identità artistica del King. Fuori dal coro, come sempre.

di Fabrizio Salmoni

Da sempre siamo bombardati dai luoghi comuni su Elvis dei tromboni della critica musicale italiana: …ha sdoganato la musica nera…ha inventato il Rock&Roll…l’anticipatore della protesta giovanile per la sua fisicità, la sua estetica ribelle, ecc. Si diffonde la falsa idea di un giovane bianco che dal vuoto di una cultura marginale si appropria della superiore musica nera e la fa conoscere al mondo. Una specie di razzismo culturale al contrario.

Come potete immaginare, in realtà le cose stanno diversamente. Fiumi di carta sono stati scritti sull’argomento ma la nozione che emerge più forte nelle analisi serie è che Elvis sia stato figlio del suo tempo e della sua comunità culturale: il Sud bianco degli Stati Uniti. E in quanto tale, ci sentiamo di andare oltre, sia stato soprattutto un innovatore del country, uno di quegli artisti unici che ciclicamente nel tempo hanno rinnovato  il genere adattandolo ai gusti del pubblico ed ampliandone il mercato. Come Hank Williams prima di lui, come Willie Nelson e gli outlaws texani negli anni ’70, come Garth Brooks negli anni ’90. Ma andiamo per ordine.

Non inventò il Rock&Roll

Elvis Presley è certamente stato il Re del Rock&Roll, la più importante figura della musica del 20mo secolo ma per chi conosce la musica americana, è risaputo che Elvis non inventò il Rock&Roll. Prima di lui, nel 1954,  Bill Haley & The Comets, una country-rockabilly band, fece successo con Rock Around The Clock, una canzone che fu accreditata dai media come inno della nuova gioventù  per essere stata inclusa nella colonna sonora di Blackboard Jungle un film sulla delinquenza giovanile. Per molti osservatori, quello fu l’inizio del mito del Rock&Roll nel lessico e come musica dei giovani.

Ma erano già diversi anni che il rockabilly teneva il palco. Era stato così definito perché proveniva dalla musica hillbilly (la prima definizione del country) ma prevedeva un’accentuazione (rocking) del ritmo. Questo nuovo stile musicale era decisamente sudista nei connotati e in quanto tale conteneva naturalmente contaminazioni nere. Tra i suoi maggiori esponenti c’erano Carl Perkins, Johnny Cash, Charlie Rich, Conway Twitty, Buddy Holly, Wanda Jackson, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis, Brenda Lee. Tutti provenienti dal sud rurale o semi-urbanizzato, tutti provenienti dal country a cui, prevalentemente, dopo la breve stagione del rock&roll, sarebbero tornati con rinnovato successo. Tra le caratteristiche dei rockabillies c’era un forte edonismo, un grande senso della mascolinità (nelle donne una forte aggressività), un’emotività viscerale che aveva radici tanto nelle chiese quanto nei beer joints.

Un ragazzo del Sud

Quelle caratteristiche le ritroviamo nel giovane Elvis, figlio di bianchi poveri urbanizzati a Memphis per necessità, religiosamente ispirati dalla fede Pentecostale (la Assembly of God). Come sostiene Bill C. Malone, il maggiore studioso della country music: ‘ Presley non intendeva minimamente sfidare alcun aspetto di quel mondo sudista e proletario da cui proveniva…e anche se cantava con qualche inflessione nera, mai mise in discussione i valori razziali della sua regione…’. Come la nutrita schiera dei rockabillies, poteva essere irrequieto e aggressivo ma non era certo estremista. I suoi modi erano tipicamente sudisti (es. la profusione di ‘sir’ e ‘ma’am’ nella conversazione), il suo patriottismo pure, così come la sua diffidenza verso i rockers degli anni ’60 da cui si sarebbe sentito lontano.

E a proposito delle influenze musicali di Elvis, Malone scrive ancora: ‘…era ampiamente figlio del suo tempo e dei media. Modo di vestire e atteggiamenti erano parzialmente mutuati dai film e dalla televisione, mentre i suoi gusti musicali erano influenzati dalla radio. Ascoltava country music, gospel, Rhythm& Blues e il pop che andava per la maggiore nelle radio di Memphis…’. I suoi punti di riferimento erano nomi come Dean Martin,  Bing Crosby, Eddy Arnold, Red Foley, Ink Spots, ma i più tipici ingredienti  del suo stile provenivano dai white gospels.

Un nuovo enorme mercato

Elvis deflagra nel 1954 con That’s Alright, un vecchio blues del nero Arthur Crudup quasi irriconoscibile nella versione ‘bianca’ di Elvis, aggressiva ma modulata e melodica, e con Blue Moon of Kentucky il già classico bluegrass hit di Bill Monroe. Come si sa, i singles che seguirono per la Sun Records contenevano sempre un lato con una cover country: Milk Cow Blues Boogie (sempre Bill Monroe), I’m Left, You’re Right, She’s Gone , I Forgot To Remember To Forget (entrambi di Stan Kesler, uno steel guitar player di Nashville) mentre solo I Don’t Care If the Sun Don’t Shine era dell’autore pop Mack David. Sull’onda del successo, Elvis viene chiamato a far parte del cast della trasmissione radiofonica country Louisiana Hayride ed inizia a tenere concerti nel circuito country del SudOvest. Viene invitato anche alla Grand Ole Opry (dove per la verità non viene accolto con gli entusiasmi per lui ormai abituali), e nel 1955 il Colonnello Parker lo fa scritturare alla RCA di Nashville il cui boss Steve Sholes lo inserisce nel gotha di Music City, un ambiente professionale ben conscio dell’impatto di Elvis sui gusti del pubblico giovane.

Dire quindi che Elvis rese il blues o la musica nera accettabile al pubblico bianco è una forzatura se non una palese mistificazione. La realtà parla di un personale mix di R&B, country e pop che fu ampiamente recepito dal pubblico bianco nella sua peculiare versione. La RCA sostituì i musicisti che lo accompagnavano, aggiunse alla ricetta Elvis il quartetto vocale dei Jordanaires che davano agli arrangiamenti le suggestioni del gospel, mobilitò lo stesso Chet Atkins per le parti di chitarra ma inevitabilmente e gradatamente livellò il rockabilly beat dei primi anni su uno standard sempre più pop. Da quella fase in poi rimane materia di discussione l’identità musicale del King. Ma intanto Nashville aveva confezionato un fenomeno che vendeva dischi e biglietti ad una enorme massa di giovani come mai prima.

Hank Williams

A chi appartiene Elvis

In ultima analisi, l’identificazione dell’Elvis delle origini con l’ambiente culturale e discografico del country è totale: buona parte del suo repertorio, le radio che lo trasmettevano, il pubblico, le classifiche, i musicisti e gli executive che lo circondavano. Elvis rinvigorì il mercato della country music in un periodo in cui le vendite ristagnavano e in cui l’effetto Hank Williams si era già contratto su artisti come Lefty Frizzell, Kitty Wells, Hank Snow, validi ma non in grado di rompere barriere e conquistare nuovo pubblico.

Il suo stile vocale aveva un fraseggio che sarebbe rimasto come modello da riproporre: quell’alternanza disinvolta tra toni alti e bassi che toccava cuore e sensi del suo pubblico sarebbe diventato presto ‘il’ modo di cantare country ed ancora oggi l’impatto emotivo del country è veicolato dalle stesse evoluzioni vocali.

Elvis fu indotto nella Country Music Hall of Fame nel  1998 e, mentre è stato da tempo cancellato dai palinsesti delle radio pop, non c’è ancora oggi radio country che non lo riproponga costantemente. E non ha fine l’elenco delle canzoni country che ancora oggi lo evocano, nel titolo o nel testo. Qui sotto ne diamo un estratto.

Per molti, il vero Elvis è quello della prima fase, quella che termina con la sua chiamata alle armi. Il dopo è una storia di circostanze che avrebbero travolto ragazzi ben più forti di lui. L’Elvis icona pop è altra persona e altro artista, discusso e discutibile tranne che nella sua unicità.

Gli altri innovatori

Willie Nelson

Il mercato del country, da lui rivitalizzato, ripiega nuovamente nei quindici anni seguenti tra la progressione nel pop di Nashville (Patsy Cline, Ray Price,…), artisti di provenienza regionale, nuove superstar (George Jones, Buck Owens, Merle Haggard…), che si ritagliano ampie aree di pubblico ma mai riescono a sfondare altri muri.

Ci vorrà Willie Nelson e la sua schiera di outlaws texani per rinnovare la musica e per collegare mercati che non comunicavano: rednecks e hippies, cowboys e studenti. Un rinnovamento che tiene più che in periodi passati, forse per una creatività che non si spegne mai tra ‘padri fondatori’ e nuovi adepti della Texas music, finchè Nashville non riprende il controllo e lancia i neotradizionalisti degli anni ’80-90 tra cui il fenomeno Garth Brooks.

Garth Brooks

Il ragazzone dell’Oklahoma travolge classifiche e barriere di ogni tipo. Vende più di centotrenta milioni di album, più di Bruce Springsteen, più di Prince, più di chiunque altro (tranne Elvis e Beatles) ma soprattutto cambia la qualità della musica e conquista al country il mercato mondiale. Mai prima di lui la country music tocca cifre di mercato epocali e supera il pop-rock in vendite, diffusione della rete radiofonica, sponsor pubblicitari. E’ l’ultimo innovatore in ordine di tempo. Da quando si è parzialmente ritirato ed il suo (primo?) ciclo si è apparentemente concluso, Nashville è alla costante, frenetica ricerca del nuovo Garth Brooks, o del nuovo Elvis. Se dovesse arrivare, state sicuri che uscirebbe da Music Row, non da New York e nemmeno da Los Angeles.

Ma alla fine, chi ha inventato il Rock&Roll?

E’ opinione diffusa che il vero ‘inventore’ del Rock&Roll fu il nerissimo, istrionico Chuck Berry in quanto elaborò il beat del rockabilly, accelerandolo ulteriormente e abbellendolo con proprie invenzioni tecniche e con il linguaggio dei teen agers. Sweet Little Sixteen, Roll Over Beethoven, School Days, Rock&Roll Music, Little Queenie, Around and Around: già nei titoli si parla di amori giovanili, macchine e libertà, soda pop e feste scolastiche, avventura e gioia. Il linguaggio di Chuck Berry è generalista e interrazziale, anzi, più bianco che nero, più adatto e funzionale alle esigenze dell’industria discografica per creare un nuovo mercato.

 Tribute Country Songs dedicate a ELVIS PRESLEY

Qui elencate, trovate un piccolo numero delle tante canzoni country che fanno riferimento ad Elvis. Stanno a indicare, e tanto più nei testi, il legame culturale e artistico preferenziale che si è consolidato nel tempo tra il Re e la comunità del country. Tante di più sono le canzoni che lo citano nel testo e non nel titolo. Una, recente, per tutte: Cry Like Memphis di MeMarie (si legge Mèmory) che recita: I’m gonna cry like Memphis/when they heard the King was gone. 

1.  “From Graceland To The Promiseland” – Merle Haggard

2   “The King is Gone (So Are You)” – George Jones

3.  “Boy From Tupelo” – Emmylou Harris

4.  “The Day Elvis Died” – Boxcar Willie

5.  “Elvis Has Left the Building” – Jerry Reed

6.  “I Saw Elvis in a UFO” – Ray Stevens

7.  “Bigger Than the Beatles” – Joe Diffie

8.  “Elvis Presley Blues” – Jimmy Buffett

9.  “Elvis Was a Narc” – Pinkard and Bowden

10. “I Try to Think About Elvis” – Patty Loveless

11  “Elvis, Marilyn and James Dean” –  Bellamy Brothers

12. “The King Is Gone” – Ronnie McDowell

13. “Elvis and Andy” – Confederate Railroad

14. “Elvis Imitators” – Jimmy Buffett

15. “Bringin’ Out the Elvis” – Faith Hill

16. “Tupelo’s Too Far” – Ronnie McDowell