Edera squat. Si inaugura la biblioteca popolare

Giovedi 20 giugno alle ore 21, dopo il consueto apericena, viene presentato il restauro delle sale lettura dell’edificio occupato aperte a tutti.

Nelle foto: il logo dell’EderA Squat (sopra). Alcune locandine prodotte all’Edera (sotto)

di Fabrizio Salmoni

Quando si parla o si scrive di “centri sociali” o di squatters, il benpensante, il leghista, il fascista pensano all’immagine che ne danno i media: “antagonisti” truci e incappucciati, black block che tramano quotidianamente per colpire poliziotti o politici o simili categorie altrettanto poco raccomandabili.

La dicitura “centro sociale” dovrebbe invece far pensare allo scopo primo di quelle tanto vituperate “enclavi eversive”: il lavoro sociale cioè i servizi che quei gruppi di giovani forniscono volontariamente e gratuitamente alla comunità locale in cui si collocano, in genere i quartieri di una città: corsi sportivi, incontri culturali, sportelli informativi, assistenza legale, supporto organizzativo per proteste contro le tante storture (chiamiamole cosi) della società. Senza contare restauro e rivitalizzazione di edifici abbandonati o trascurati dai legittimi proprietari pubblici o privati. Il tutto condito da una buona predisposizione alla mobilitazione politica sui temi più disparati, dall’antifascismo ai beni pubblici, ecc.

Gli squat sono invece degli esperimenti comunitari autogestiti aperti a chiunque volesse parteciparvi a tempo pieno o parziale, una sorta di discendenti delle antiche “comuni” i cui componenti sono più sensibili dei vecchi hippies ai temi sociali. Squatters sono prevalentemente giovani precari o sradicati dai loro ambienti originari, geografici o famigliari, che non potendosi permettere una propria sistemazione stabile scelgono la vita collettiva e libera da vincoli. Di conseguenza, la collocazione politica è basilarmente di area anarchico/libertaria. Leggi il resto dell’articolo

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