Robert E. Lee e la storia ovvero I Danni dell’ignoranza

A Charlottestsville uno scontro ideologico che prende spunto dalla storia di ieri deformata dalla non- cultura di oggi.

In questi giorni leggiamo le cronache degli scontri a Charlottesville, Virginia, tra “suprematisti bianchi” e “antirazzisti”, un duro confronto nelle strade che finora ha fatto un morto e decine di feriti. L’oggetto della contesa è la sconsiderata richiesta da parte del governatore repubblicano, appoggiata dai militanti di Black Lives Matter e altre organizzazioni di base, di rimuovere  uno dei tanti monumenti disseminati negli stati del sud a Robert E. Lee, comandante delle forze confederate sul fronte della Virginia tra il 1862 e il 1865 dirante la guerra civile.
Quella dei simboli cofederati è una polemica che ha ripreso da alcuni anni a infiammare gli animi nel Sud storico dove sono numerosi i luoghi della memoria del grande conflitto che fece 800.000 morti e il cui esito avviò nel bene e nel male la nascita della nazione americana moderna: monumenti, lapidi, cimiteri, parchi militari ( ottimamente organizzati), bandiere (l’ultima bandiera confederata è stata ammainata dal Capitol dello Stato del Mississippi solo due anni fa). Al 2015 risale anche la polemica sulla rimozione della statua di Jefferson Davis, Presidente della Confederazione sudista, dal campus dell’ Università del Texas a Austin (risolta con compromissorio trasferimento al museo storico della stessa università), ma altri scontri si sono verificati in momenti diversi a New Orleans, nel Mississippi, nel Missouri.
È una memoria, quella della Confederazione, che nel tempo si è inquinata con i peggiori riferimenti ideologici del Novecento: visioni neonaziste e pulsioni di razzismo becero e senza causa, contro neri, cattolici, ebrei e immigrati di ogni provenienza in nome di un’America bianca, protestante, regolata da un corpus legislativo così esiguo da lasciare spazio a un utopico autogoverno delle singole comunità sulla base di valori di estremo liberismo e laissez-faire. Una sorta di anarchia di destra che guarda al potere del governo centrale come a un’intollerabile imposizione autoritaria, una violenza di tipo autoritario (socialista?)nei confronti della libertà individuale intesa come valore fondante della Nazione.
In questo punto sta l’unico, distorto riferimento alla dottrina dei “Diritti degli Stati” che fu alla base della secessione: la possibilità per i singoli Stati di legiferare con la massima autonomia dal governo centrale su ogni materia fino all’estremo costituzionale di poter decidere di lasciare l’Unione se le condizioni di sopravvivenza politica ed economica l’avessero richiesto.
E nel 1861 la sopravvivenza economica del Sud si basava sul sistema schiavista e sul controllo politico del Paese.
Nel momento in cui l’elezione di Lincoln, candidato del neonato partito Repubblicano (partito del nascente capitalismo manufatturiero e della piccola proprietà), sostenuto dalla esigua ma chiassosa pattuglia degli abolizionisti, pose una seria minaccia a quelle condizioni, la secessione fu un atto conseguente ad estrema difesa della società sudista la cui elite politica era un’aristocrazia latifondista,agraria e guerriera, e il cui valore primo per le masse contadine era l’orgoglio nazionalistico, il forte senso di appartenenza alla propria terra. Valori che nascondevano la difesa del proprio status sociale nei confronti dei neri e della loro eventuale emancipazione.
Nel secolo dei moti indipendentisti europei, il conflitto americano si apriva dunque su una disputa costituzionale non sulla questione dell’abolizionismo che non coinvolgeva neanche il Nord e inizialmente lo stesso Lincoln malgrado le rappresentazioni che oggi si vogliano dare.
Robert E. Lee esitò fino all’ ultimo prima di fare la sua scelta. Era un militare di carriera, figlio di un eroe dellla rivoluzione; era proprietario di pochi schiavi acquisiti col matrimonio e che trattava paternalisticamente; era contrario alla secessione e favorevole a un graduale processo di emancipazione degli schiavi. Scelse di offrire i suoi servigi allaVirginia. Fu consulente militare del Presidente Davis per il primo anno di guerra poi gli fu affidato il comando generale. Come tutti i grandi condottieri, Lee era amatissimo dai suoi soldati che comandava piú per autorevolezza e carisma che per autorità. Il suo genio militare permise all’Armata della Virginia Settentrionale di conseguire vittorie che portarono il Nord vicino a considerare di negoziare la pace (e quindi l’indipendenza per il Sud). Poi a Gettysburg,a battaglia quasi vinta, l’alta marea della Confederazione si schiantò sulla Cemetery Ridge e da lì alla resa nel 1865 Lee riuscì solo, con ardite manovre tattiche, a prolungare la resistenza di fronte alle forze soverchianti di Grant.

Ma, pur nella resa, la figura di Lee assurse a simbolo di dignità, eroismo e onore, le qualità dell’identità peculiare sudista.
Dopo la guerra si ritirò a vita privata e si adoperò per la riconciliazione con interviste e carteggi. Un gran Giurì convocato nel giugno 1865 per esaminare un’imputazione di tradimento archiviò il caso lasciando il giudizio alla storia.
La storiografia americana subisce ancora il suo fascino e lo definisce concordemente un grande generale e un eroe americano. È ancora più senza fondamento quindi l’accanimento delle organizzazioni antirazziste nei confronti della sua memoria. Tanto più è retorico e fuori dalla realtà in quanto decine, forse centinaia, sono i monumenti e i cimiteri confederati sparsi per tutto il Sud, i luoghi e gli edifici storici come la piantagione di Jefferson Davis o la Casa Bianca confederata a Richmond. Tutto da rimuovere, da abbattere? Difficile pensare di cancellare in toto la memoria di un evento epocale come la guerra civile. Impossibile cancellare la storia o volerla interpretare col senno di oggi.

E quali colpe possono avere le generazioni attuali per gli eventi di allora? Selo chiedono per esempio in musica Brad Paisley, star del country, e Ll Cool J, rapper, in un duetto che due anni fa fece scalpore:

“Nè io ne te possiamo riscrivere la storia/ La nostra generazione non ha creato questa nazione/ Stiamo ancora raccogliendo i pezzi, litigando sul passato/ E restiamo presi tra l’orgoglio e la colpa del Sud” (Accidental racist – album Wheelhouse).

I fatti di Charlottsville hanno le radici nello scontro politico  in atto nel corpo sociale americano, nella reazione della comunità afroamericana alle violenze poliziesche, nell’ipocrisia del politically correct e in una sostanziale ignoranza diffusa della storia della guerra e degli anni della cosiddetta Ricostruzione. Una tragica storia di governi fantoccio imposti dai vincitori agli Stati del Sud e di rancori mai sopiti rovesciati sulle masse di neri liberati e inviati a votare in massa per i Repubblicani nei governi fantoccio. È da quei rancori che nasce il primo Ku Klux Klan e la moderna segregazione. Più tardi, nel 1949, verrà la vicinanza con la destra neonazista e l’ulteriore radicalizzazione dei messaggi.
L’orgoglio sudista, avvolto dal mito romantico della Causa Persa, permane oggi nel ricordo delle sofferenze, nella celebrazione in letteratura e musica delle peculiarità del Sud, nella nostalgia più o meno consapevole dei “vecchi tempi”, nelle fotografie degli antenati combattenti sugli scaffali di casa.

Quello che non considerano gli antirazzisti odierni è che il Sud ha ampiamente pagato per i propri errori storici con più di 300.000 morti, con l’occupazione militare (l’unica mai subita su suolo americano), con l’impoverimento economico tuttora perdurante in ampie aree del suo territorio, con l’isolamento culturale e il dileggio (v. l articolo su La Stampa del13.8 che ridicolizza Elvis collegandolo anacronisticamente a Trump). Sarebbe bene per l’America che la lotta politica si spostasse su terreni più sostanziali. (F. S. 15.8.2017)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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