Pierre-Jean Luizard. La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna

luizard-daeshcon prefazione di Alberto Negri e intro di Franco Cardini  Rosenberg & Sellier – € 14

 

Quand’è che un libro si può dire utile? Sicuramente quando lo scopo è quello di ampliare la conoscenza critica del lettore partendo dai fatti e da basi analitiche “scientifiche”. Perchè la storia si può anche interpretare a proprio gusto ma i fatti più o meno incontrovertibili restano. Se poi la storia è anche attualità, c’è buona probabilità che sulle varie analisi pesino sensibilità, faziosità politiche o, peggio che mai, intenzioni ambiguamente disinformative. Quale credibilità dare per esempio ai libri di un direttore di quotidiano che ha passato anni nei circoli del potere atlantico facendosi (quanto inconsapevolmente?) convinto divulgatore delle tesi là assorbite? O a quelli di un qualche ex spione o neo-con incallito?

Dei tanti libri sull’argomento Stato Islamico/terrorismo/ecc. questo del Direttore di ricerca del Cnrs è tra i pochi da considerare utili.

Di storia militare, i francesi – come diceva Raimondo Luraghi – non se ne intendono ma di storia che riguardi il loro passato coloniale è facile il contrario e Luizard dimostra anche una certa brillantezza e agilità divulgativa nell’affrontare il tragico pasticcio mediorientale. E ci spiega come è stato possibile che un fenomeno come lo Stato Islamico abbia potuto assumere le dimensioni, l’importanza e la solidità che sta dimostrando anche oggi sotto i bombardamenti a tappeto. A partire dall’individuazione della sua missione storica e cioè il tentativo di una vasta comunità islamica, quella sunnita, di creare un proprio Stato, a propria tutela dal caos generato dalle guerre americane in Iraq. Un approccio già enunciato un paio di anni fa da Loretta Napoleoni (1 ) ma sommerso nel tempo dalla valanga di libri inutili di cui sopra. Un esperimento nazionalista e confessionale, quello di Daesh (secondo la dicitura araba), condotto con intelligenza sopraffina approfittando della dissoluzione dello stato iraqeno e della seguente guerra civile siriana. Daesh infatti si espande con il minimo sforzo militare occupando gli spazi lasciati vuoti da altri e si stabilisce nelle comunità sunnite dandosi le strutture e le articolazioni di vero e proprio Stato: innanzitutto un territorio (l’elemento essenziale che lo distingue da Al Qaeda), un’ autorità sovrana (il Califfo), un esercito, un modello amministrativo e civile che, agli occhi della popolazione locale, di origine prevalentemente tribale e culturalmente clanica, è credibile e/o per lo meno accettabile. Si aggiunga che, a differenza di quanto strillano i nostri media, invece di imporsi come potere esterno, il Daesh affida la pratica di governo ai leader locali in cambio del gettito fiscale, dell’osservanza (stretta) delle regole confessionali e del giuramento di fedeltà al Califfo. Un po’ come facevano saggiamente i Romani con le provincie di nuova acquisizione. A fronte delle condizioni precedenti, della repressione e della corruzione diffuse, è comprensibile che con gli stipendi pagati regolarmente, con la protezione dalle persecuzioni governative o delle milizie sciite e con il ristabilimento dei servizi pubblici,  l’adesione ideologica al nuovo Stato arrivi a ruota in breve tempo e l’occupazione si configuri quasi come liberazione.

Luizard impegna pagine a spiegare come funziona lo Stato Islamico sia al proprio interno sia verso l’esterno ostile. Ci spiega che i metodi di finanziamento come il traffico di greggio e il contrabbando di ogni genere commerciabile sono naturalmente poco “istituzionali” e ufficialmente illeciti ma sono favoriti a turno dai vari vicini che accettano di commerciare in nero, e comunque non differiscono da altri protagonisti della scena come i curdi che esportano sottobanco petrolio in Turchia e gli sciiti di Iraq che fanno lo stesso con l’Iran.

Ma dove sta la trappola del titolo? Sta sostanzialmente in quattro fatti messi in evidenza dall’attualità:

  1. Aver imposto sul piano internazionale la necessità di una nuova realtà politica che dovrà includere la presenza sunnita;
  2. Aver costretto l’Occidente a una guerra senza che fossero preventivamente chiare le prospettive politiche, quindi in buona misura perdente; Anche una sconfitta militare – dice Luizard – non risolverà nulla se le cause del successo iniziale di Daesh non verranno prese in considerazione;
  3. Aver evidenziato agli occhi della comunità sunnita che la coalizione anti-Daesh non ha altre prospettive politiche da offrire: non il governo di Baghdad, dominato dagli sciiti filoiraniani e non disponibile a condividere il potere; non la Siria con al potere Assad; non il potenziale Kurdistan allargato, diviso politicamente, negato dalla Turchia e facilmente strumentalizzato in tutte le sue componenti da tutti gli attori esterni.
  4. Aver denunciato le colpe storiche delle potenze occidentali che dopo la Prima guerra Mondiale tradirono le promesse di costituire un unico grande Stato arabo indipendente: un bel biglietto da visita per Daesh che può presentarsi come lo strumento del riscatto arabo;

Ne aggiungeremmo un paio: aver messo in crisi i rapporti tra Turchia e Occidente (e forse in prospettiva con la Nato) indebolendo proprio quest’ultimo; e aver fatto giustizia di facili giudizi sulle parti in gioco, non ultimi i curdi che nelle differenti vesti nel dramma (Pkk, Ypg) risultano le pedine più manipolate, presi tra l’esigenza (Upk) di affermare col sostegno americano la propria esistenza come componente semiautonoma dello Stato iraqeno in attesa di definizione definitiva sulle mappe del nuovo Medio Oriente, e quella (Ypg) di rappresentarne un’estensione più ideologica (e più avversata) combattendo in Siria insieme a Hezbollah, Assad e Russia.

jihadist

C’è da chiedersi se Luizard abbia considerato quanto potesse essere fragile l’aspettativa di successo di Daesh avendo alle spalle l’esempio non lontano della enorme coalizione costruita dagli americani per Desert Storm e, di fronte, l’intervento prepotente della Russia nella partita siriana, un’eventualità che non si era ancora presentata chiaramente all’epoca della stesura di questo testo.

Ma in ogni caso, secondo Luizard, il Medio Oriente che uscirà dall’attuale conflitto non garantirà pace se non verrà affrontato il problema sunnita. Ci sarà instabilità e  non mancheranno rivolgimenti pericolosi che metteranno sempre a rischio la pace, senza contare l’irrisolta questione palestinese. Con un islam sciita momentaneamente vincitore si prospetterà un rafforzamento di Hezbollah in Libano, un peso maggiore dell’Iran e un potenziale asse Iran-Iraq-Siria-Russia-Turchia che, se non sufficientemente controllato da Turchia e Russia, potrebbe far sentire Israele sotto assedio, con tutte le spiacevoli conseguenze. E il Califfato disgregato potrà espandersi come una metastasi su tutto lo scacchiere, e tormentare conseguentemente l’Europa e l’Occidente tutto, come adombra l’introduzione di Franco Cardini. L’esempio in quel senso viene dal non lontano 2002 quando la campagna dell’ Upk curdo permise la dispersione dei jihadisti curdi di Ansar-al- Islam, uno dei gruppi che dopo breve tempo avrebbero contribuito a fondare lo Stato Islamico.

Al lettore che contempla lo scenario e ne assume l’inevitabilità degli esiti politici, viene allora conseguente chiedersi se nell’ambito della futura configurazione politica dell’area non sarebbe il caso di riconoscere il diritto ai sunniti di avere il proprio Stato e stabilire con esso gli stessi equilibri e le stesse relazioni, incluse quelle commerciali, che si tengono senza pudore con altri poco commendabili Stati nel vicinato.

Ad autorevole compendio del saggio, è degna di molta attenzione la prefazione di Alberto Negri, inviato del Sole 24 Ore, che rivisita tutte le ambiguità e le connivenze passate e attuali dell’Occidente (leggi soprattutto Francia, Gran Bretagna e Usa); un Occidente che in nome di una realpolitik senza criterio “crea i propri mostri” per poi doverli combattere in una inesauribile sequenza nel tempo. E per alimentare congetture che abbiamo già trovato nel testo complottista-ma-non-troppo di Daniel Estulin (2 )  secondo cui interessi e prosperità del capitalismo transnazionale ( e sicurezza di Israele) sarebbero garantiti dalla frammentazione estrema  della scena geopolitica mediorientale, condizione ottimale per un facile controllo dei processi politici e soprattutto delle risorse energetiche. Una tesi, detta della “disgregazione controllata“, plausibile e altrettanto convincente. Ma non coincide in fondo con quella di Luizard? Ecco, quello che manca a Luizard è proprio un ragionamento che colleghi la geopolitica ai sovrastanti interessi globali.

Come avrete potuto capire da questa sintesi, e dall’abbondanza della bibliografia in materia Isis, in libreria c’è numero sufficiente di spunti per nutrire non solo la nostra capacità critica ma anche per esercitare i più estremi ragionamenti sulle sgradevoli prospettive che ci attendono. (F.S. 29.11.2016)

Note

(1) Loretta Napoleoni. Isis. Lo stato del terrore. Feltrinelli,2014

(2) Daniel Estulin. Isis Spa. Storia segreta della cospirazione occidentale e del terrore islamico. Sperling & Kupfer, 2015. Vedi https://mavericknews.wordpress.com/2016/10/28/daniel-estulin-isis-spa-storia-segreta-della-cospirazione-occidentale-e-del-terrore-islamico

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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