Usa 2016. La grande batosta

grafico_usa-vince-trumpVincono “Polentina”, il capitalismo selvaggio e l’isolazionismo.  Perdono i poteri forti, i loro servi e il “politically correct”. L’elite finanziaria internazionale dovrà riposizionarsi. Si prospettano tempi duri per la democrazia americana ma forse non tutti i mali vengono per nuocere. Almeno per noi europei. Di nuovo, come dopo l’11 settembre, da oggi il mondo non sarà più come prima.

di Fabrizio Salmoni

Alla fine hanno avuto ragione il robot MoglA, che analizza con un algoritmo i flussi degli endorsements della gente comune sui social, e il prof. Helmut Northop, docente di statistica politica alla Stony Brook University, che ha sempre azzeccato le previsioni sulle elezioni presidenziali fin dagli anni Sessanta (“tranne una – dice lui – la vittoria di Nixon al suo primo turno“): ha vinto Trump. E’ totale disfatta per i Democratici anche nelle loro tradizionali roccaforti ed è la fine della carriera politica di Hillary Clinton.

Per rendersi conto dello sconvolgimento in atto a elezione conclusa, bastava guardare le facce dei tanti sacerdoti nostrani da talk show: avevano passato la notte incensando con prosopopeica sicurezza l’ineluttabilità della vittoria della Clinton e si ritrovavano al mattino a cercare ragioni per spiegare l’ineluttabilità del risultato opposto. Una manica di cialtroni. I veri sconfitti, da noi, insieme ai giornalisti, ai sondaggisti, agli intellettuali di regime, agli esperti de noantri.

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Solo da ieri, quei pochi giornalisti più accreditati nei circoli del Potere avevano cominciato a “sentire” che qualcosa non andava (rileggete a posteriori la Annunziata o Riotta, per esempio) pur mantenendo sensibilmente la speranza che andasse come speravano.

Cambiamento e conseguenze

E allora si, diciamolo, a dispetto degli umori collettivi: negli Usa ha vinto il “Cambiamento”. Ma quale? Già questo è un forte argomento di discussione.

Trump, con la sua vittoria, dà uno scossone alla stabilità del Potere, a quello che tutti chiamano establishment, che è poi quel costrutto di elite politico-finanziarie che giocano per perpetuarsi in una partita che è finta, virtuale, quella che sul piano politico si definisce/definiva “tra destra e sinistra”; quella sul piano finanziario che pretende stabilità per poter fare i propri affari in sicurezza. I due aspetti, in Italia lo stiamo imparando a capire dopo decenni, sono complementari; in America lo sono ancora di più perchè le identità di classe non sono contemplate e il confronto politico si svolge al di fuori della critica socio-economica. Di sfruttamento e protesta non è educato parlare, il disagio politico non viene espresso in quanto tale se non per fastidi epidermici o per interessi individuali. Affiora nei momenti indotti dello scontro tra categorie sociali  e Potere su temi “civili” (il razzismo, i diritti, la pena di morte, ecc.) ma non va a lambire la critica radicale al sistema. Ogni categoria se la gioca sul piano corporativo o locale, il che garantisce ad ogni possibile lotta isolamento, banalizzazione mediatica, sconfitta certa. Il lavoratore sente la fatica e lo sfruttamento sulla sua pelle ma scarica rabbia e frustrazione individualmente (sul capo in fabbrica, sui colleghi) o con fatalismo (“that’s the way it is…”) o , come sta accadendo, sui simboli presunti del proprio disagio: la classe politica in termini generici e qualunquistici, la Casta, e l’elite culturale “liberal” portatrice di valori giudicati effimeri, superflui, ipocriti come il dilagante “politically correct”, un lusso per ricchi che non devono pensare a portare a casa la pagnotta e si possono permettere disquisizioni e sottigliezze. Mai un ragionamento sugli interessi in conflitto.

Nell’America di oggi la cattiva politica si è impadronita dei “valori” positivi della gente comune: il lavoro duro ma onesto, il buon senso popolare fatto quotidianità, la possibilità di migliorare la propria condizione economica con l’orgoglio delle risorse personali, il parlare chiaro, la lealtà reciproca, la solidarietà non imposta. La salsa americana fornisce una forte componente religiosa, diffusa ignoranza e qualche nostalgia per le cose buone del passato: l’ottimismo, le opportunità, i rapporti individuali basati su correttezza e lealtà reciproca (gli affari siglati con una stretta di mano), una famiglia salda (a fronte dei mille divorzi dei Vip) e tradizionale, le libertà individuali (armi comprese, come da Costituzione) declinate anche all’estremo, la schiettezza ma anche le brutalità della vita accettate per via di realismo o di fede religiosa (sta sulle Tshirts la citazione, non so quanto apocrifa, di John Wayne: “La vita è dura ma lo è di più se sei stupido“).

Il paradosso che ha portato alla vittoria di Trump sta nella strumentalizzazione politica di tutto questo (v.  https://mavericknews.wordpress.com/2016/10/04/non-ce-crisi-in-paradiso-paradossi-e-identita-di-classe-nellamerica-di-obama-e-di-trump/ ). E sta nella mancanza di alternative di un sistema che penalizza i terzi incomodi: sarebbe interessante (non ho ancora visto i dati) sapere che percentuale di voti ha preso Jill Stein del Green Party giusto per capire se almeno da qualche parte  si è sviluppata una consapevolezza ambientale. Sui cui temi la strumentalizzazione politica ha picchiato duro e giocato sporco con il ricatto sul lavoro, e quindi  “Al diavolo l’ambiente, dobbiamo lavorare!”. Più carbone, più infrastrutture, più shale oil.

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Con Trump l’America probabilmente si chiuderà in qualche grado di isolazionismo per meglio curare il proprio orto. Significherà più protezione del mercato del lavoro interno, dazi commerciali, annullamento del Nafta e rinuncia al Ttip, tagli di tasse e incentivi al grande business e alle corporation per maggiori profitti in cambio di crescita, stretta sui flussi immigratori, società più militarizzata. E’ Michael Moore, regista maverick per eccellenza, che spiega come il messaggio economico di Trump sia stato veicolato:  Donald Trump venne al “Detroit Economic Club” e, davanti ai capi della “Ford Motor”, disse che se volevano chiudere le fabbriche di Detroit e trasferirle in Messico, lui avrebbe imposto una tariffa del 35% su quelle macchine da reimportare e quindi nessuno le avrebbe comprate. E’ stata una cosa impressionante, nessun politico, democratico o repubblicano, aveva mai sfidato così i dirigenti. E’ stata musica per le orecchie della gente del Michigan, Ohio, Pennsylvania, Wisconsin…”.

Significherà anche, sul piano internazionale, avvicinamento preferenziale alla Gran Bretagna della Brexit, confronto equilibrato con Putin (a fronte della pericolosa aggressività della Clinton), meno attenzione all’Europa dell’Ue, interventi militari mirati (sul fondamentalismo jihadista), sguardo attento al contenimento della Cina. Oggettivamente, non tutto questo va contro i nostri interessi di europei.

Sul piano sociale invece gli americani la pagheranno cara cosi  come sull’ambiente (v. sopra), sulla coesione sociale, sulle condizioni economiche, sull’apertura culturale, sulla conflittualità interna, sul welfare. Il Paese è diviso in due su nuove basi sezionali, storicamente un cupo segnale: il nord est yankee con la ricca costa ovest da una parte, e il cuore (Heartland) con il West e con il Sud storico dall’altra. Uniche eccezioni, il New Mexico ispanico, il Colorado della yuppissima Denver, il Minnesota, l’Illinois di Obama. Difficilmente le divisioni della campagna elettorale si ridurranno mentre l’insicurezza su immigrazione, criminalità e terrorismo è diffusa. L’America è un Paese armato, in guerra e tradizionalmente disponibile alla violenza. In preda a un cupo livore contro neri, gay e minoranze in genere.

Nei prossimi quattro anni, se non otto, l’americano dovrà farsi i conti in tasca e capire se la scelta di oggi è stata giusta. La working class e la middle class impoverita di oggi dovranno capire quanto i “valori”, una volta soddisfatti, li renderanno più felici o li manterranno poveri. Il rischio maggiore nel frattempo è la diffusione di un populismo fascistoide e fondamentalista che possa avvelenare definitivamente un tessuto sociale frustrato e arrabbiato. A tutto vantaggio di quel capitalismo selvaggio e sfruttatore che ha prodotto un Trump. In realtà lo stesso che governa la globalizzazione, che oggi, preso di sorpresa, è sconcertato perchè aveva puntato sul cavallo più consono e obbediente, ma che al prossimo Bilderberg troverà soluzioni e si rimetterà in carreggiata.

Per il momento Wall Street non cede, una conferma che Trump non rappresenta una minaccia per la comunità finanziaria. Naturalmente.

Qui da noi

Quello che fa più male ai nostri politici e commentatori televisivi è il timore che il risultato elettorale americano sia la conferma della tendenza popolare a buttare a mare i caposaldi della politica novecentesca ovunque. Destra e sinistra istituzionali.

La prima a congratularsi con il nuovo Presidente è stata la francese Le Pen, da noi il più contento è Salvini, entrambi alfieri di quello stesso orientamento nelle rispettive patrie: far leva sulle rabbie della gente comune per strumentalizzarle contro i propri interessi. Sono i rappresentanti di un fascismo strisciante che tenta un tragico ritorno. Chi demonizza il M5S e lo attacca a spron battuto per difendere “stabilità” e status quo dovrebbe riflettere sull’anomalia italiana: noi abbiamo un movimento politico che, con tutti i difetti degli esordienti, argina con la sua presenza il ricorso degli elettori alla destra estrema. Fortunatamente, già ne abbiamo viste tante e ne abbiamo prese. Abbiamo già avuto il nostro piccolo Trump e sappiamo di cosa parliamo. Evidentemente gli americani hanno ancora qualcosa da imparare.

Renzi dovrebbe andare a farsi togliere il malocchio: era cosi contento di stare sulla barca dei presunti vincitori e c’è rimasto proprio male. Ha letto il messaggio di congratulazioni con una convinzione cosi spontanea che gli si torcevano visibilmente le budella. Che abbia visto il proprio destino nella sorte di Hillary?

Un’ ultima osservazione: mai come nell’occasione odierna si sono rivelati evidenti i legami che uniscono i poteri forti ai media, squallidi, conformisti, asserviti o, nel migliore dei casi lucidamente al servizio degli interessi dei propri editori che non a caso sono quasi sempre rappresentanti individuali o societari degli stessi poteri forti. Impariamo a collegare i punti del puzzle occulto che ci sovrasta e chiediamoci: cosa potrà mai spezzare quel cerchio? (F.S. 9.11.2016)

 

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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