Non c’è crisi in Paradiso. Paradossi e identità di classe nell’America di Obama e di Trump

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E’ una guerra di classe al contrario quella che le destre Repubblicane e cristiane hanno scatenato contro i “progressisti”. Con la manipolazione culturale e le ansie millenaristiche hanno conquistato i bianchi poveri che ora stanno con i ricchi. Come è potuto accadere?

di Fabrizio Salmoni

 

Le cronache elettorali dagli Usa dipingono superficialmente la campagna per le presidenziali come se fosse un evento sportivo.Cosi facendo, il  giornalismo italiano si conforma a quello internazionale contribuendo ad assuefare le menti all’idea che anche l’evento politico  più importante per il mondo è uno spettacolo in cui contano i singoli individui, i loro errori, i loro umori, le cartelle cliniche. Ai candidati si attribuiscono i favori o le preferenze di ampie categorie del corpo civile: le minoranze, le lobbies, le etnie, la comunità finanziaria, quelle religiose, i gruppi sociali peculiari dei vari Stati, ecc. Un minestrone di ingredienti indistinti in cui le classi sociali vengono identificate essenzialmente con la dicotomia colletti blu e bianchi e “mondo delle imprese” (corporate world) mentre di middle class si parla per segnalarne la centralità “elettorale”, la perdita di potere d’acquisto, la sua discesa nella scala sociale.

Chi qui in Europa segue più attentamente le cronache della contesa americana con un occhio criticamente smaliziato non può evitare di notarne il paradosso più evidente: un elettorato fatto prevalentemente di bianchi poveri a forte componente operaia e contadina voterà in massa contro i propri interessi per un candidato miliardario portandolo probabilmente alla presidenza. Come può accadere? Cosa può aver rovesciato i tradizionali ruoli di rappresentanza politica tra i due maggiori partiti? Non sono forse i Democratici ad avere sempre rappresentato, dalla fine della Ricostruzione post Guerra Civile, lo stato sociale, i sindacati, le minoranze affamate di riconoscimento e diritti civili, la cultura inclusiva, insomma l’anima “progressista” della nazione mentre i Repubblicani si sono sempre connotati come i difensori del laissez faire economico, come rappresentanti delle corporation, del big business, e infine del capitalismo finanziario selvaggio e globale?  Come è possibile che un proletario, indebitato fino al collo, privo di garanzie sindacali, di assistenza sanitaria, di garanzie pensionistiche, con la minaccia dell’ipoteca bancaria sulla casa, con i figli sempre più condannati dal lavoro precario e sottopagato a rimanere bloccati nella scala sociale malgrado le promesse del sogno americano, si schieri con la parte politica che per propria natura gli nega  un’esistenza dignitosa?

La dura verità è che a partire dagli anni della presidenza di Ronald Reagan, della prescrizione-shock dei controllori di volo, del completamento della ridefinizione globale degli interessi capitalistici, del crollo dei salari, delle riduzioni fiscali, ha preso slancio un ribaltamento culturale senza precedenti  che ha portato a fratture su linee trasversali del corpo sociale e a soluzioni politiche basate su issues che fino ad allora risultavano sovrastrutturali. Gli effetti di tale “rivoluzione culturale” (si, di questo si è trattato) sono stati la sostituzione in molti stati del Sud e del Midwest delle maggioranze Democratiche con amministrazioni Repubblicane e le presidenze  Bush, padre e figlio, con l’emergenza di una solida classe dirigente neo-con. I due termini di Clinton non hanno invertito la tendenza, anzi con le sue ambiguità in politica sociale e il varo del trattato commerciale Nafta che ha interessato tutto il Nord America (Messico compreso) proprio il Democratico Clinton ha contribuito ad alimentare, il processo in atto, ancora prima che l’11 settembre aggravasse la situazione.

Protagonisti passivi di tale cruciale capovolgimento politico sono i ceti proletari nuovi e vecchi costituiti dai lavoratori salariati dell’industria e dei servizi, i piccoli agricoltori e allevatori  impoveriti dal crollo dei prezzi e indebitati con le banche (1), i neo-urbanizzati dagli anni Settanta sradicati dalle comunità rurali di origine e immessi nei bassi ceti impiegatizi ora ricacciati indietro nella scala sociale dalla nuova crisi economica, i rednecks (operai, lavoratori artigiani e padroncini), i salariati dei ranch. Gente che vive le trasformazioni che la investono con un forte senso di perdita: di identità e ruolo sociali, di status economico, di radici culturali che la nuova collocazione non riesce a sanare. Anzi, peggiora man mano che i cambiamenti la travolgono. E a quel senso di perdita si aggiungono prima le ansie, poi la rabbia, poi necessariamente la ricerca di vie di fuga nel proprio piccolo, nell’alienazione, nella ricerca spirituale, nel volgersi con nostalgia al passato, ai “vecchi tempi” che erano sempre duri ma avevano delle soluzioni, delle vie d’uscita dignitose.

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Tutti questi attori sono collocati geograficamente per la gran parte nella cosiddetta Heartland, cioè il cuore d’America, il vasto territorio che include indicativamente il Sud storico, il Sud Ovest, il Midwest. Un’area storicamente determinante per le lotte contadine culminate tra il tardi 1880 e la prima metà dei 1890 con la rivolta Populista contro le banche, i poteri economici, le politiche monetarie, e con significative agitazioni operaie a cavallo dei due secoli. Un’area a grandi linee appartenente alla tradizione Democratica fino alla Presidenza Johnson e, con l’intervallo dell’esperienza Nixon, a quella di Jimmy Carter. Ai due lati della Heartland, le due coste con le loro ricche enclavi: il nord est e la California.

Cosa è successo da allora?

Non tutti gli analisti si sono resi conto di quanto stava accadendo: ancora nel 2006 un team di eminenti professori di statistica politica annotava una singolare polarizzazione nelle scelte dell’elettorato  ma riteneva con tipico ottimismo che le “tendenze disturbanti” avrebbero trovato soluzione nella parte moderata della classe politica, giudicando transitorio il predominio Repubblicano e gli spostamenti elettorali. Tuttavia il loro studio riscontrava che il reddito o la ricchezza non incidevano sulle scelte politiche tanto quanto i temi locali mentre l’elettorato si divideva meno che mai dai tempi del New Deal su temi occupazionali o sull’apparteneza di classe. Allo stesso tempo, pur rilevando che la crescita della sensibilità religiosa non stava soppiantando le tematiche economiche ammettevano che “non si sentivano di escludere che ciò avrebbe potuto accadere”. (2)

Le presidenziali del 2004 che diedero la seconda vittoria a George W. Bush avevano fatto registrare un’inquietante variante di peso decisivo: il 22% dei votanti aveva espresso ai sondaggisti di aver dato la prevalenza per la scelta nelle urne ai “valori morali” su ogni altra cosa. Poco prima, tredici Stati avevano votato contro la legalizzazione dei matrimoni tra contraenti dello stesso sesso: “Guns, God and gays” divennero la convenzionale spiegazione per la vittoria di Bush. Allo stesso tempo si manifestava un’altra anomalia: gli Stati più ricchi si configuravano come Democratici, quelli poveri come Repubblicani.

L’emergenza dei Tea Parties , organizzazioni informali su base popolare, che hanno cercato di condizionare le elezioni del 2008 addirittura esprimendo un candidato Repubblicano (Sarah Palin) alla vicepresidenza rivelavano il peso crescente di un vasto strato di elettorato posizionato a destra, a forte connotazione religiosa, favorevole all’isolazionismo in politica estera e alla riduzione della presenza federale nelle decisioni degli Stati. Un altro segnale, forse sottovalutato, dei cambiamenti in atto tra la gente.

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Ma quali fattori hanno determinato il cambiamento politico epocale che sembra aver trasformato il corpo sociale d’America?

L’elemento primo è stata la pesante manipolazione culturale intrapresa dai settori militanti della destra, indirizzata a saldare i “valori morali”, cioè quell’insieme di sensibilità provenienti dal buon senso della “gente comune” (la casa, la famiglia, il lavoro duro, ecc. ) e dalle tradizioni popolari peculiarmente americane (l’aspirazione al miglioramento inevitabile delle proprie condizioni conseguito con le proprie forze, la libertà estesa, il senso religioso, l’orgoglio nazionalistico, la convinzione di poter riuscire a conservare solo quello per cui ci si è in qualche modo battuti), con la sistematica cancellazione del fattore economico dalla lista delle cause della propria condizione. Al punto che per gli ultraconservatori  il tema dell’agire del settore imprenditoriale o finanziario è venuto di proposito a cadere come soggetto di discussione. Per essi il business (e il conseguente profitto) è normale, naturale, va oltre la politica; il libero mercato è qualcosa di immanente e necessario che determina le condizioni del successo individuale o professionale. E’ materia fuori discussione. Se si è poveri le cause vanno cercate nella dissoluzione del sogno americano a opera di chi lavora costantemente per demolirlo: i “liberals” con i loro privilegi, il controllo del governo, della burocrazia, di Wall Street, della cultura, dei media, i loro costumi degenerati, il rifiuto laico di Dio e dei Comandamenti, l’ipocrisia del politically correct, l’ambientalismo ideologico, le mode effimere, il caos della grande città.

Ecco, il capolavoro di tutto questo lungo lavorio è stato essere riusciti a dichiararsi “popolo”, ad identificarsi con quello, a identificare un nemico diverso da quello economicamente naturale, ad escludere qualsiasi critica al sistema economico ma allo stesso tempo perseguendo con i propri rappresentanti e candidati nazionali e locali politiche favorevoli al big business, alla deregulation, al taglio dei salari. La destra repubblicana ha fatto leva sull’associazione tra orgoglio individuale (Voi siete il sale della terra, il cuore battente d’America che tira la carretta…) e vittimismo narcisistico (…eppure siete trattati oltraggiosamente male), sull’indirizzo delle ansie quotidiane e dell’odio per tale condizione verso i liberals (leggi Democratici). Se poi le aziende chiudono, licenziano, se la terra coltivata viene espropriata o devastata dagli oleodotti o supersfruttata dalle coltivazioni intensive, se i prezzi salgono per garantire il massimo profitto della grande distribuzione che spreme fornitori e  dettaglianti e li conduce al disastro, quella è la legge del mercato, della concorrenza, icone dello spirito americano e componenti del successo individuale. E’ la dura realtà con cui tocca confrontarsi e con cui si crea il benessere per tutti. Se poi i politici Repubblicani promuovono leggi e normative a favore di cartelli affaristici locali, agribusiness e corporation, l’argomento rientra nel campo della “politica”, tema di per sè complicato e odioso da discutere, o nella logica sacrosanta del libero mercato.

I fantasmi da scacciare stanno nella retorica liberal che minaccia l’autenticità stessa della way of life americana, nella società malata di criminalità, immigrazione, aborto, biotecnologia, droga, pornografia, diritti civili per chi non li merita,  privilegi per i ricchi, matrimoni omosessuali.

Un quadro completo in cui convogliare i ceti più poveri e meno istruiti su parole d’ordine da usare in sede politica per guadagnare terreno ma anche per creare una gabbia culturale da cui non si riesce più a evadere. Mentre nella stanza vicina si fanno affari. Significativo per paradossale contraddizione il caso del Freedom to Farm Act, una legge promossa nel 1996 dal senatore Repubblicano Pat Roberts del Kansas e da altri  rappresentatnti locali dello stesso partito, nominalmente per aiutare i coltivatori a competere efficacemente sul mercato dei prodotti agricoli revocando le normative di origine New Deal per la protezione dei prezzi: grazie a quella legge gli agricoltori avrebbero avuto la libertà di coltivare qualsiasi cosa in qualsiasi quantità affidandosi al mercato per spremere i prezzi migliori: cosi finalmente si toglieva di mezzo il governo dalla libertà di operare secondo i propri mezzi. Il risultato fu di provocare una letale spirale di sovraproduzione che in pochi anni mandò sul lastrico i piccoli produttori favorendo cosi i grandi agribusiness ADM, Cargill, ConAgra. Non un disastro sociale, per i Repubblicani, ma un’esemplare “ristrutturazione dell’industria alimentare” per avere maggiore flessibilità ed efficienza della distribuzione, una vittoria della libertà sulla “ingombrante sussidiarietà governativa”. un cambiamento in peggio per il suolo e gli agricoltori falliti che però hanno continuato da allora a votare il GOP (3).

Può essere utile alla comprensione del quadro cultural-ideologico dell’ultraconservatore una breve rassegna di temi-chiave.

I sindacati?  Ostacolano la volontà di lavorare, e, con le vertenze causano l’aumento dei prezzi o, nel caso peggiore, la delocalizzazione dell’azienda.

La solidarietà? Per portare a casa otto dollari all’ora, lavorando a turni e pregando di poter fare straordinari per poter pagare le bollette, in competizione con i colleghi o con gli immigrati, l’inevitabile conclusione è che ognuno è per sè.

Il lavoro? Piuttosto che perderlo, meglio pagare l’azienda perchè non se ne vada. Come è successo nel 2002 a Winchester, Virginia, dove la comunità e lo Stato hanno raccolto quasi 1 milione di dollari per convincere la Newell Rubbermaid a rimanere, a titolo di “assistenza all’espansione”. La Rubbermaid ha incassato, ringraziato “l’incrollabile etica del lavoro dei cittadini”, e ha ridotto il personale (4).

L’ambiente? Al diavolo gli ambientalisti, noi dobbiamo lavorare. L’ecologia è una dottrina ingannevole dei liberals.

Lo Stato sociale? Roba da negri. Il principio peculiarmente americano della responsabilità individuale impone che ognuno conquisti il proprio benessere senza dover dire grazie a nessuno, tantomeno al governo e tanto peggio se non ci si riesce.Aspettarsi l’assegno di disoccupazione vuol dire che si è pigri, parassiti, non intraprendenti, inadatti alla competizione che è durissima, e che la miseria te la sei meritata. Lo dice anche Dio.

I pacifisti? Dei rompicoglioni. Chiunque impedisca di lavorare o impedisca all’America di prosperare, magari negando fonti energetiche o materie prime, che sia un bamboccio di Hollywood o Bin Laden, è da eliminare senza pensarci su troppo. Ci pensino i militari.

Le armi? Un diritto costituzionale più che mai innegabile specie ora che arrivano profughi e terroristi da ogni buco ad aumentare i pericoli della criminalità. E poi non sono le armi il problema ma solo quelli che non sanno usarle.

La cultura? E’ il bagaglio di nozioni che servono nella quotidianità a lavorare bene e a sopravvivere. Tutto il resto è manipolazione dei liberals: giornalisti, storici,  sociologi, yuppies fanno quel che fanno perchè sono liberal. E i liberals mentono, ingannano. Il progressismo non è un prodotto delle forze sociali ma è una dottrina che si muove secondo schemi tanto meccanici e rigidi da ricordare il comunismo.

Il cittadino Repubblicano non destruttura la letteratura post-moderna, non beve cabernet, non compra dai cataloghi di Abercrombie o Fitch, non beve il “latte” di Starbucks (il nostro latte macchiato) ma sa costruirsi la casa, allevare i propri figli, fare tutti i lavori manuali, riparare un motore, riconoscere un buon albero d’acero per farci lo sciroppo, sparare col fucile, adoperare una sega elettrica senza timori, coltivare un campo, bere birra e whiskey al pub. Diversamente dai liberals che “pensano di essere i più furbi“, che usano il sarcasmo su tutto quanto non riconoscono, che sostengono che tutto quanto è confusione ideologica e morale sia consapevolezza, che frequentano le università più esclusive americane ed europee dove imparano gli insegnamenti di Marx con cui indottrinano i giovani.

Il cibo? Prodotti del grano e carne, non importa se gonfiata e intenerita da Ogm, preferibilmente di selvaggina cacciata, pesce pescato, cucina semplice, casereccia, patate e fagioli, oppure tutto quanto ti sfama in fretta e in qualsiasi momento del giorno: il tempo è denaro non guadagnato. Solo i fighetti e gli alternativi, vegani o vegetariani, fanno shopping alimentare a Wholefoods.

I valori? Umiltà e semplicità, le verità del buon senso popolare dei “vecchi tempi”, di sempre, sono celebrati come veri e originali valori americani. L’“autenticità” è quella che unisce la gente comune e che distingue dai liberals falsi e ipocriti. Una persona vera è cortese, gentile e rifugge dal sollevare argomenti, come la politica, che possano mettere in imbarazzo gli interlocutori (salvo magari attivarsi per la propaganda locale e poi votare Repubblicano), è una che lavora duramente. Il frutto del lavoro è concreto: si può misurare in pounds, bushels (la misura di capacità per i cereali), numero di mattoni posati, di chiodi piantati, mentre i liberals sono burocrati e imbelli imbratta-carte che fanno di tutto aria fritta. E poi c’è il patriottismo, sostenuto sovente contro ogni evidenza quotidiana, che l’America è il Paese migliore del mondo, dove tutte le libertà, anche più estreme se non contraddicono la morale e la legge, sono ammesse, e di conseguenza non si accettano nè interferenze nè critiche nè tantomeno minacce esterne che impediscano il naturale corso della scalata al benessere. E allora si benedicono i figli che vanno in Afghanistan o in Iraq e vederli tornare in una bara innalza soltanto l’orgoglio, lo spirito di sacrificio dovuto al Paese, la volontà di rivalsa estrema (“l’atomica contro i terroristi”). Gli ultraconservatori non negano la realtà ma ne creano una parallela funzionale alla loro abissale ignoranza e sono pronti ad accettare una svolta politica autoritaria basta che garantisca la benzina a basso prezzo e la possibilità di andare alle corse Nascar o alla partita di football, o di fare acquisti al Wal-Mart.

In economia, il cittadino Repubblicano è per il libero mercato, senza ostacoli o regole imposte da governo o da qualsiasi autorità “esterna”, anche quando la realtà gli si ritorce contro sottoforma di tagli allo stipendio, di precarietà, di perdita del lavoro, di aumento dei prezzi, “perchè un’azienda ha tutti i diritti di fare i propri interessi”.

Messo tutto questo insieme non deve stupire che, per molti, un Barack Obama, Presidente nero che coltiva gli orticelli alla Casa Bianca, che promuove una riforma sanitaria offensiva per la responsabilità individuale, che favorisce le politiche ambientali, che è favorevole a una seppur blanda regolamentazione delle armi, all’aborto e ai matrimoni omosessuali, sia un elemento estraneo, non-americano, un socialista, la nefasta conseguenza della cultura liberal. Hillary Clinton è quasi peggio: rappresenta l’establishment, la falsità del potere, la burocrazia governativa, le minoranze non-americane, l’odiato welfare, l’interferenza del governo sulle libertà costituzionali.

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Quali risposte dal Partito Democratico?

A giudicare dal livello e dalle scelte tematiche del dibattito di lunedi 26 e dalle sue premesse, la candidata Clinton ha fatto poco per differenziarsi dall’avversario sui temi sostanziali e quello che non ha detto non ha fatto che confermare le mutazioni in corso nel suo Partito. Razza e genere erano temi rientranti nella categoria dei valori, argomenti, come abbiamo visto, su cui la destra ha occupato quasi pienamente il campo. Non è quindi un caso che  le  posizioni espresse dalla Clinton siano state solo lievemente più nette parlando dei recenti omicidi polizieschi di cittadini neri: si è di fatto limitata ad appoggiare le richieste della comunità nera di Charlotte in rivolta di rendere pubbliche le riprese del fatto e a denunciare “il sistematico razzismo” contro i neri. Tanto per confermare indirettamente l’assunto che il PD è il naturale riferimento per neri e minoranze (5). Ma chi potrebbe dichiararsi soddisfatto? Il livello delle risposte di entrambi, alle orecchie degli elettori, non fa che ribadire sommessamente che dei neri e delle minoranze ai due partiti importa poco. Tanto meno del proletariato bianco.

E’ significativa la comparazione tra le piattaforme elettorali dei due partiti: quella dei Democratici è scivolata via dagli argomenti relativi alle condizioni economiche e alle politiche del welfare deviando sui temi di identità sociale con enfasi sulle minoranze (donne e razza); in contrasto, quella dei Repubblicani non fa mai riferimento alle minoranze latine o nere se non per richiedere tagli di spesa sull’istruzione primaria e secondaria e accennando alle donne solo in argomento militare o sulla questione dell’aborto. In sostanza, i Democratici girano le spalle alle sorti dei maschi bianchi mentre i Repubblicani semplicemente non si pronunciano. Una piccola differenza ma che evidentemente al fondo di un percorso storico (da metà anni 1970) che ha visto fermarsi e stagnare il reddito dei maschi bianchi a favore di donne e minoranze (altro bel paradosso) spiega in parte lo spostamento politico di quel segmento elettorale (6 ).

Sono anni comunque che il PD va in direzione diversa rispetto ai bianchi poveri, assorto com’è nel dare la caccia alle fasce professionali che si ritengono di indirizzo progressista (il termine yuppie fu coniato nel 1984 per descrivere i sostenitori di Gary Hart), e a corteggiare elite culturali, corporation e grandi aziende capaci di contribuire generosamente alle campagne elettorali, molto più che i sindacati, base tradizionale del partito. Per tali fini, la strategia dei cosiddetti New Democrats si è rivolta al sostegno forte e convinto delle issues “ideologiche” (per la libera scelta su aborto, omosessualità, razzismo, diritti civili in genere), i valori,  e mettere da parte a loro volta le questioni economiche su cui con l’altra mano fare infinite concessioni: il welfare, il Nafta, le leggi sul lavoro, la flessibilità delle norme (deregulation), le privatizzazioni, le tasse, l’abrogazione della  legge Glass-Steagall che, a tutela dei risparmiatori, garantiva la separazione tra banche di investimento e banche commerciali, ecc. ritrovandosi su questo piano in piena sintonia con i Repubblicani.

Il voto dei lavoratori? Si suppone che non abbiano altra scelta: il PD avrà sempre un piccolo margine di interesse per loro che non gli avversari. E poi, diciamocelo francamente, quale politico in un Paese che mette la corsa al successo in primo piano ha interesse ad essere la voce dei poveri? O di sindacati che ormai contano solo per il 9% nel settore privato. Quindi niente battaglie autolesioniste sui temi sociali: gli elettori andranno a istinto. I Repubblicani ringraziano. I poveri sono sempre più soli, abbandonati al consumismo selvaggio nella tempesta del libero mercato.

Ecco dunque come entrambi i partiti sono diventati veicoli degli interessi primari dei ricchi o della medio-alta borghesia. Una tendenza che sembra riguardare tutte le forze politiche dell’Occidente produttivo, che tritura definizioni esauste come destra, sinistra.

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E Dio, che dice?

Questo schematico ritratto del cittadino bianco, povero, Repubblicano, non sarebbe completo e non basta a capire quanto possa pesare sul piano politico senza considerare l’involucro ideologico-spirituale fornito dalle dottrine evangeliche.

Parliamo dell’altro grande paradosso americano: una nazione che ha sancito dalle origini la separazione dello Stato dalla Chiesa ma che  è la più “credente” degli altri paesi moderni contemporanei. I sondaggisti attuali certificano che il 62% dei blue collars va regolarmente in chiesa e una quota tra un quarto e un terzo di loro si riconosce nella definizione di “born again christian“, cristiano ri-nato. Nel loro insieme, i fedeli delle varie congregazioni evengeliche sono nella quasi totalità bianchi e con grado di istruzione massima di diploma superiore. Il fondamentalismo religioso è diviso in molte correnti e con le elezioni del 2000 è venuto allo scoperto sul terreno elettorale giocando un ruolo fondamentale per l’elezione di George W. Bush. Da allora si sono ulteriormente rafforzati e non c’è candidato dei due maggiori partiti che non coltivi rapporti con qualche settore cristiano-militante.

I fondamentalisti, in  ogni religione, sono per l’interpretazione alla lettera dei testi sacri e l’applicazione alla realtà della parola di Dio. Come in Iran, come in Israele, come per i musulmani jihadisti, tanto per fare esempi di attualità, i fondamentalisti cristiani americani si pongono l’obiettivo di uno Stato teocratico. Certi evangelici vorrebbero cancellare la Costituzione e instaurare la “Legge della Bibbia” (quella Protestante, detta di King James), altri sono convinti che la Fine dei Tempi e le più cupe profezie bibliche si stiano avvicinando. Una Fine dei Tempi iniziata con la fondazione di Israele e che dovrà compiersi con il ritorno del Messia ma solo dopo un’apocalisse, l’Armageddon. Per affrettarne i tempi sostengono di voler accelerare tale processo, favorendo l’occupazione totale dei “territori biblici” da parte di Israele, se necessario anche con una guerra nucleare in Medio Oriente. Per essi, chiunque si adoperi per la pace ritarda l’Avvento ed è strumento di Satana. La sola speranza per gli uomini è di accettare Gesù come salvatore personale.

In questa cornice, tutti i mali del mondo, le guerre, l’aids, la criminalità, il collasso ambientale sono piaghe capitali, i segni dell’avvicinarsi della desiderata Fine dei Tempi.

Si può immaginare quali possano essere le conseguenze politiche di un proselitismo su quelle basi, proselitismo più che mai attivo visto che, per esempio, Mike Spence, il candidato vicepresidente di Trump è uno di loro, come tanti altri politici a ogni livello di rappresentanza. Ci si può cominciare a preoccupare alla luce di una significativa aspettativa: Dio fornirà un leader cristiano per condurre il gregge americano, che diventerà il suo nuovo popolo eletto per estendere il vangelo a tutto il mondo e liberare la Terra dal Male (7).

Il ramo dei ” dispensazionalisti”, coloro che credono che gli eletti verranno “rapiti” e portati in cielo, invoca anche lo smantellamento di ogni tutela ambientale, perchè non ci sarebbe più bisogno di questo pianeta dopo il “Rapimento”.

La dottrina fondamentalista è consolatoria e gratificante per chi non possiede che il proprio lavoro perchè esige gratitudine per quello che Dio elergisce, anche se poco, ma non disdegna il vile denaro per accrescere gli strumenti di proselitismo e la disponibilità personale dei pastori: Tom Anderson, un esempio tra i tanti, è il fondatore della Living Word Bible Church di Mesa, Arizona. La sua Chiesa conta oggi più di 8000 fedeli, un patrimonio di 10 milioni di dollari e cinque sedi in tutto lo Stato. Anderson è autore anche del best seller Becoming a Millionaire God’s Way (Diventare milionari seguendo la strada di Dio) in cui istruisce la gente dicendo che “la prosperità si raggiunge con Dio, con il duro lavoro e con investimenti ben calibrati“. Lui ha evidentemente investito nella sua congregazione perchè chiede a ciascun fedele una “decima” del proprio reddito. Se poi vogliono dare anche di più saranno certi di essere chiamati in Paradiso.

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Le chiese fondamentaliste si sono espanse con la fine della Guerra Fredda, con la sconfitta del Diavolo materialista. Hanno aperto Fondazioni, scuole, università private, si sono allargate all’estero (anche qui da noi), lavorando sottobanco, catalizzando contributi dall’odiato governo (8). L’obiettivo del cristiano militante è collocare sempre più credenti in posizioni di rilievo nello Stato e naturalmente ne hanno i mezzi e le capacità (9), tra cui quella di convogliare comunicazione alternativa, quella che semplifica ogni argomento con concetti facili da acquisire che alimenta a sua volta il risentimento verso i saccenti intellettuali liberal.

Paradossalmente, ancora, la tensione mistica è al massimo nell’America di oggi, con il suo carico di  tensioni millenaristiche e di ansie per la sopravvivenza quotidiana per i bianchi poveri, proprio quando la crisi sancisce la vittoria completa delle corporation, del capitalismo sfrenato. Tra i proletari bianchi (10) c’è una rabbia compressa, un odio palpabile verso tutto ciò che è ritenuto snob, elitario, figlio degenerato della società urbana, superfluo, estraneo ai principi ed allo spirito originari americani, che è difficile dire quali sbocchi possa avere. La cattiva politica, i politicanti senza scrupoli ma anche l’ignavia dei progressisti che, arroccati nel nord est e tra le minoranze non vedono la pancia del Paese e  ballano sul ponte del Titanic, hanno prodotto un capovolgimento di fronte nelle classi basse che rischia di produrre scenari drammatici per tutti. E’ bene esserne consapevoli. Se poi qualcuno volesse trovare in quanto sopra descritto qualche similitudine con processi in corso anche da noi, troverebbe qualche ragione in più per preoccuparsi. (F.S. 24.9.2016)

 

NOTE

(1) Nel recente ottimo film Hell or High Water di David McKenzie due fratelli si fanno rapinatori per pagare l’ipoteca della loro terra. Il Texas Ranger di origine Comanche che dà loro la caccia riflette con i colleghi bianchi:”…Il tempo rende giustizia. Le terre che avete preso ai Comanche ora le state perdendo con le banche…”

(2) McCarty, Rosenthal, Poole. Polarized America, The Dance of Ideology and Unequal Riches. 2006, MIT Press

(3) Thomas Frank. What’s the Matter with Kansas? How conservatives won the heart of America. 2005, Picador

(4) Joe Bageant. Deer Hunting with Jesus. Dispatches from America’s Class War. 2006, Crown Group.

(5 ) Naturalmente il vecchio falco Repubblicano Newt Gingrich, ex Speaker della Camera,  non si è fatto scappare l’occasione per etichettarla com “esponente dell’ambiente intellettuale” quello che sostiene che “la polizia è pericolosa e che se non ci fossero le armi nessuno si farebbe male” (New York Times, 26.9.2016)

(6) Howard Rosenthal, Why Do White Men love Donald Trump so much?, Washington Post, 8.9.2016

(7) Joe Bageant. ibidem

(8 ) Il 7% degli stage di lavoro  offerti dall’amministrazione Bush è andato al Patrick Henry College di Purcellville, Virginia, un college che offre programmi di intelligence strategica, diritto e politica estera secondo una rigida visione cristiana del mondo. Il risultato è la collocazione della cultura mainstream e dell’istruzione nel recinto delle opzioni.

(9) Un esempio significativo: sempre durante l’amministrazione Bush jr., l’attivista della destra cristiana Kay Coles James, ex presidente della Regent University del pastore Pat Robertson, è stata nominata direttore dell’Ufficio per gestione del personale del governo.

(10) Circa il 60% degli americani, secondo una stima governativa del 2006, pre-crisi, che però usa il criterio del grado di istruzione non del reddito, contando come istruzione superiore anche le scuole professionali.

 

 

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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