Quale Movida? Parla un profugo

Si è forse toccato il culmine delle polemiche e finora i provvedimenti adottati si sono rivelati delle pezze inefficaci. Chi programma il futuro di Torino dovrebbe scegliere tra modelli culturali, prendere decisioni “diverse”, e por mano alle norme. Riflessioni e suggerimenti.

The nightlife ain’t no good life but it’s my life. (Willie Nelson)               Movida

di Maverick

Sono uno dei tanti fuggiti da San Salvario per evitarmi un esaurimento nervoso: si dormiva si e no due ore per notte per una somma di schiamazzi più o meno preterintenzionali. Non c’erano ancora tutti i locali che ci sono oggi ma quello che c’era già bastava. Da metà serata in poi si cominciava con il jukebox di canzoni napoletane proprio sotto le finestre con conseguente allegra compagnia. Seguivano i grupponi di nottambuli che convergevano verso i due punti chiave della movida, Tuxedo e Hiroshima, anticipando gioiosamente i clamori della nottata; poi in sequenza ravvicinata, l’uscita dai ristoranti, le prime risse tra extracomunuitari, i medesimi che seguitavano i litigi riconciliandosi solo per urinare sulle macchine posteggiate anzichè (almeno) contro il muro; l’uscita da Tuxedo e Hiroshima, le ultime discussioni calcistiche in dialetti nostrani ormai, data l’ora, quasi incomprensibili, gli ultimi ubriachi con a strascico proteste isolate e catinate d’acqua dalle finestre circostanti. Giusto un paio d’ore di quasi quiete per prendere sonno ed ecco gli Ape dei mercatari di piazza Madama Cristina avviarsi a destinazione seguiti a ruota dai camion dell’immondizia che scodellavano con gran frastuono i container. Intorno alle 7 riapriva il bar con il jukebox napoletano e la giornata ricominciava con la gioiosa confusione che turisti, visitatori e residenti “politicamente corretti” (in altri quartieri)  interpretavano come entusiasmante vitalità di un quartiere multietnico.

Il bello è che io stesso ero allora un nottambulo e un appassionato di concerti: (ne ho visti tanti, dai Beatles a Prince a Willie Nelson) e paradossalmente ero una concausa del frastuono perchè li organizzavo nei locali per conto del Comune. Quindi all’inizio non mi sentivo infastidito per le poche ore che dormivo. Sul lungo periodo invece ho cominciato  a patire. Ho cominciato a protestare, a sfiorare la rissa, persino a tirare nel mucchio bombe d’acqua dal terzo piano su pusher e ubriachi. Qualche mio amico sparava col flobert sui chiassoni. Poi ho ceduto, ho venduto la casa e sono fuggito fuori città. Mi è rimasto un sonno leggerissimo permanente.

Fatte queste premesse, non posso che dichiararmi solidale con chi protesta per l’eccesso di movida ma mi rendo conto, per mia formazione, che una città senza nightlife è una tristezza. Per questo sono partecipe delle diatribe correnti tra residenti, nottambuli, gestori e commercianti. Le piste che da allora ho percorso nel mondo e le idee balzane indicate finora come soluzioni mi suggeriscono delle linee guida elementari che potrebbero essere riassunte come segue:

  1. Chi vuole dormire deve poterlo fare
  2. La vita notturna è divertimento: non può essere silenziosa

C’è quindi incompatibilità evidente tra le due esigenze e volerle rendere compatibili con regole mediate, multe, misurazioni di decibel, zone pedonali e fasce orarie è un esercizio inconcludente. Ergo: le due cose vanno separate.

Purtroppo la nostra urbanistica sembra condannarci.

A Londra, i pub stanno ovunque ma la vita notturna ferve a Soho e al Covent Garden, entrambi ormai distretti commerciali; Camden Town è zona mista ma regolamentata severamente: alle 11,30 si chiude. E come è noto a mezzanotte chiude anche la metropolitana.

Negli Usa, ad eccezione di New York e parzialmente a San Francisco e Chicago dove i posti dell’entertainment sono prevalentemente, come da noi, incastrati nei caseggiati, (ma a Chicago a mezzanotte i music club chiudono) i locali della vita notturna stanno nelle downtown dove alle 17 gli uffici chiudono e i bar, music bar, live music club, fast food, e negozi collegati aprono.

A Washington, i nottambuli si ritrovano a Georgetown sul Potomac, a Austin, Tx., capitale della live music con un centinaio di club dedicati, il popolo della notte riempie la Sesta strada che viene transennata dalla polizia quando non ci si sta più e attualmente si sta sviluppando  a entertainment anche la parte est della città che era quella povera, A Denver , Nashville, Memphis e Minneapolis, il fulcro dell’entertainment è nelle downtown, a New Orleans il Quartiere Francese è storicamente uno straripante bordello nel senso più ampio ma anche un vero e proprio ghetto del divertimento dove solo i turisti più incauti scelgono l’hotel; Las Vegas, si sa, concentra tutto in due zone: la vecchia downtown e lo Strip: i residenti vivono “oltre”. Fort Worth ha un Cultural District con i musei, la downtown con bar e ristoranti, e gli Stockyards, la zona dove un tempo c’erano i recinti del bestiame, a qualche km di distanza con il meglio della nightlife. E cosi via.

Altre aree naturalmente destinate all’intrattenimento sono quelle intorno ai campus e alle residenze universitarie ma li i fruitori sono gli stessi residenti

Poi ci sono le music halls che normalmente stanno fuori o ai bordi delle città e i ristoranti che possono stare quasi dovunque perchè gli orari anglosassoni chiamano alle forchette dalle 18 alle 22.

E qui si apre il discorso delle regole e delle strutture, un capitolo dolente per Torino ma che è parte integrante dei problemi. Se nel mondo anglosassone le licenze determinano orari e categoria di consumi, e i permessi ad operare sono condizionati per esempio dalla coibentazione e insonorizzazione dei locali (in verità, talvolta a scapito della sicurezza), a Torino l’anarchia più sfrenata in questo campo convive con la scarsa qualità del servizio e, per la musica live, almeno quella di media levatura, con i prezzi sproporzionati di ingresso/consumazione a fronte di magri cachet artistici.  Da tutto questo, il terzo elemento necessario per i decisori:

  1. L’adeguamento delle strutturee e le normative che vincolino le attività dei locali (licenze, limiti, orari). Insomma regole chiare e fatte rispettare.

 

Soluzioni?

Bisognerebbe quindi decidere prima se continuare con l’attuale modello spagnolo (la movida estrema, appunto) che però si basa anche su orari di lavoro e ritmi di vita peculiari, diversi dai nostri, o scegliere quello anglosassone, oppure ancora trovare una via di mezzo consona sia alle nostre pulsioni mediterranee che al rigore di OltreManica/Oceano.

Direi che visti gli eccessi a cui si è arrivati, la soluzione sta nella serietà delle decisioni e in un qualche ridimensionamento.

  1. Personalmente esplorerei la possibilità di delocalizzare le attività dell’entertainment, radunando gli esercizi ad esse attinenti in aree dedicate, non residenziali ( optional i loft artistici che fanno tanto cool ma a quel punto diventa una scelta), destinate a uffici, negozi e business (anche sedi di start up…), approfittando delle nuove superfici che i cambiamenti recenti all’urbanistica torinese potrebbero rendere disponibili, badando ovviamente a non farne dei ghetti, a che siano adeguatamente servibili e contigue al corpo della città (non delle isole).

L’attrattiva di tali aree (di ampiezza variabile) verrebbe determinata dal tipo e dalla qualità dell’offerta ed eventualmente da iniziative incentivanti dell’amministrazione, almeno in fase di lancio e qualificazione. Sarebbe consigliabile offrire una buona incentivazione a spostare l’attività ma in compenso l’esercente si gioverebbe dell’atmosfera creata proprio dall’insieme, dalla varietà e dalla contiguità (a Austin, sulla Sesta strada i locali si susseguono uno accanto all’altro per circa un miglio e l’effetto è eccitante).

Gli incentivi dovrebbero intervenire su fiscalità e tributi e sarebbe meglio evitare i contributi a cartelloni e programmi sia per evitare i clientelismi del passato di cui sono stato a lungo spettatore, sia perchè i programmi devono essere sottoposti al vaglio del pubblico, e quindi dei biglietti venduti, non ai gusti personali dei promoter. Tutt’al più si potrebbe intervenire con integrazioni in percentuale sugli incassi affinchè vengano coperte almeno le spese (previa accurata verifica). Inutile dire che chi ha prosperato finora sui contributi pubblici debba essere indirizzato all’autonomia definitiva.

1 a. I ristoranti potrebbero rimanere dove sono e mantenere cosi un buon appeal turistico per la massa della clientela convenzionale. I Murazzi sono ideali per quel tipo di esercizi, anche con la possibilità di piccoli intrattenuimenti acustici o semiacustici (niente di amplificato), Ho visto gradevolissimi lungofiume di questo tipo a Natchez e a Vicksburg sul Mississippi.

1 b. I festival dovrebbero subire qualche limitazione nel numero ed essere ospitati in grandi spazi aperti a condizione che durino pochi giorni. Qualche attenzione dovrebbe essere dedicata alle modalità: non esiste che per vedere uno spettacolo o ascoltare musica si debba stare in piedi quattro ore (come per i TJF). E’ questione di buon senso e di educazione culturale. Ma questo è uno sfogo che esula dalla questione principale.

2.Tutto andrebbe ben regolamentato, normato e verificato a seconda della destinazione tipologica.. Forse andrebbero riconfigurate le licenze.

I miei tanti amici musicisti avrebbero tanto di più da dire sugli aspetti collaterali del business dell’intrattenimento ma si aprirebbe un altro capitolo.

Forse cosi come mi è venuto bene raccontare, le controversie si dovrebbero sopire e la Torino notturna diventare di nuovo gradevole per tutti. (F.S. 28.4.2016)

 

 

 

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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