Quale Movida? Parla un profugo

Si è forse toccato il culmine delle polemiche e finora i provvedimenti adottati si sono rivelati delle pezze inefficaci. Chi programma il futuro di Torino dovrebbe scegliere tra modelli culturali, prendere decisioni “diverse”, e por mano alle norme. Riflessioni e suggerimenti.

The nightlife ain’t no good life but it’s my life. (Willie Nelson)               Movida

di Maverick

Sono uno dei tanti fuggiti da San Salvario per evitarmi un esaurimento nervoso: si dormiva si e no due ore per notte per una somma di schiamazzi più o meno preterintenzionali. Non c’erano ancora tutti i locali che ci sono oggi ma quello che c’era già bastava. Da metà serata in poi si cominciava con il jukebox di canzoni napoletane proprio sotto le finestre con conseguente allegra compagnia. Seguivano i grupponi di nottambuli che convergevano verso i due punti chiave della movida, Tuxedo e Hiroshima, anticipando gioiosamente i clamori della nottata; poi in sequenza ravvicinata, l’uscita dai ristoranti, le prime risse tra extracomunuitari, i medesimi che seguitavano i litigi riconciliandosi solo per urinare sulle macchine posteggiate anzichè (almeno) contro il muro; l’uscita da Tuxedo e Hiroshima, le ultime discussioni calcistiche in dialetti nostrani ormai, data l’ora, quasi incomprensibili, gli ultimi ubriachi con a strascico proteste isolate e catinate d’acqua dalle finestre circostanti. Giusto un paio d’ore di quasi quiete per prendere sonno ed ecco gli Ape dei mercatari di piazza Madama Cristina avviarsi a destinazione seguiti a ruota dai camion dell’immondizia che scodellavano con gran frastuono i container. Intorno alle 7 riapriva il bar con il jukebox napoletano e la giornata ricominciava con la gioiosa confusione che turisti, visitatori e residenti “politicamente corretti” (in altri quartieri)  interpretavano come entusiasmante vitalità di un quartiere multietnico.

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Intervento di Alessandra Cecchi alla presentazione degli archivi di Bianca Guidetti Serra

AlessandraCecchiAlcuni mesi fa, avvicinandosi il primo anniversario del fine vita di Bianca Guidetti Serra, un gruppo informale di compagne e compagni di Bologna ha deciso di mettere in scena un reading che la ricordasse, e che servisse a ragionare sui molteplici aspetti della sua esperienza e sulla loro attualità.

Innumerevoli sono le riflessioni su questa donna, che ha fatto di tutto, a partire da quel suo primo gesto adolescenziale, spontaneamente antifascista, di una notte del 1938, quando uscì per le strade di Torino per strappare i manifesti che definivano gli ebrei come “nemici della patria”.

Poi è venuto l’impegno nella Resistenza, e l’avvocatura militante che l’ha vista protagonista di mille battaglie civili.

È stata l’avvocatessa delle operaie tessili nella conquista della parità salariale, l’avvocatessa dei braccianti che occupavano le terre ad Isola Capo Rizzuto, degli arrestati di Piazza Statuto, dei detenuti che si ribellavano alle terribili condizioni carcerarie. È stata l’avvocatessa degli operai della Fiat, spiati e licenziati per rappresaglia politico-sindacale, e di quelli dell’IPCA e dell’Eternit, uccisi dalle nocività industriali. Leggi il resto dell’articolo