Addio a Rovoletto, un “cattivo” buono

E’ morto al Cto di Torino l’autista della banda Cavallero. Un ricordo da chi l’ha conosciuto.

 

banda Cavallero

 Foto: la banda Cavallero. Rovoletto è il secondo da sinistra

 Per quanto si possa viaggiare nella vita

Si incontrano personaggi fastidiosi

Alcuni ti rapineranno con una sei-colpi

Altri con una penna stilografica

 Ma per quanto io abbia viaggiato

Non ho mai visto un fuorilegge

togliere la casa a una famiglia

(Woody Guthrie)

 La sala mortuaria del Cto torinese è più nascosta che mai, su un lato basso del complesso ospedaliero oltre i container dei servizi e quasi occultata oggi da impalcature di cantiere. Si sa, i morti devono essere nascosti: da quando ce ne andiamo il processo di oblio, di rimozione collettiva inizia subito. In più, tanto per aggiungere mestizia, la giornata è tipicamente grigio-fredda.

Adriano Rovoletto è nella sua bara, consunto da quattro mesi di tormenti e da una vita consumata per 23 dei suoi 79 anni dietro le sbarre. Aveva il diabete in forma grave, non si era mai curato e la malattia si era impossessata di lui gradatamente fino a portarlo al ricovero, all’amputazione tardiva di una gamba e poco dopo alla morte. Intorno a lui, poche persone: vicini di casa che gli hanno fatto compagnia e portato aiuto, niente famigliari (col figlio non aveva buoni rapporti da tempo), la signora Anna, affranta, che l’ha assistito  amorevolmente fino all’ultimo  e piange accarezzando la bara. C’è Sante Notarnicola, l’ultimo rimasto dell’antico sodalizio, con cui è sempre rimasto in contatto e con cui ha condiviso isolamento, sevizie, maltrattamenti in tutti i peggiori carceri d’Italia. E ci sono anch’io, parecchio triste.

Ero troppo piccolo per avere memoria delle rapine della banda Cavallero e del processo ma, impressa in qualche angolo della memoria, ho sempre avuto l’intensità con cui Bianca aveva vissuto il processo e il rapporto successivo durante la carcerazione con lui e con gli altri, Sante e Piero Cavallero. Era la consapevolezza dell’ingiustizia, della pesantezza dell’ergastolo, che suscitava in lei, accanto al distacco professionale, una comprensione e una vicinanza umana che non tutti gli avvocati dimostrano, normalmente. L’avrebbe sentita e sofferta anche per il giovane Giuseppe Battaglia, della banda genovese XXII Ottobre e per diversi altri che durante la detenzione continuavano a ricordarsi di lei con affetto e deferenza e a diffonderne la fama tra i dannati della Terra. Un atteggiamento di cui anch’io a suo tempo ebbi occasione di godere i benefici.

Bianca aveva difeso Rovoletto nei vari gradi di giudizio perchè, casualmente, la sua mamma si era presentata in studio poche ore prima della mamma di Cavallero e, poichè dai primi elementi processuali sembrava poterci essere qualche contrasto tra le posizioni dei due, aveva dovuto declinare la difesa del capo. Ma di tutti e tre i condannati, nel corso degli anni, si era poi occupata per tutelarne diritti e controversie collaterali. In realtà, fin da subito, a processo imminente, aveva tentato invano di bloccare la distribuzione dell’ instant movie di Lizzani Banditi a Milano che, secondo lei, dava per ammesse le responsabilità e quindi poteva influenzare il giudizio.

Quando Rovoletto aveva cominciato a usufruire di permessi e di semilibertà veniva sovente a far visita al suo avvocato. E’ in quelle occasioni che ebbi modo di conoscerlo. Grande, grosso, voce tonante, portava fiori e piccoli regali, raccontava di come se la cavava, dei suoi lavori. Bianca era contenta di vederlo di nuovo in circolazione, si assicurava che tutti gli aspetti legali della sua situazione fossero sistemati. Lui teneva sempre a ricordare che non aveva mai sparato, una verità che non gli aveva risparmiato il concorso di reato, ma pur sapendo di aver sbagliato a imbarcarsi in quella sciagurata avventura, si sentiva relativamente a posto con la sua coscienza e dopo il lungo soggiorno in galera era chiaramente un uomo diverso, “normale”: lavorava, pensava, leggeva forse le poesie di Sante, sopravviveva come tanti, come il proletario che era sempre stato.

Abitava da solo per le circostanze della vita e il suo carattere impetuoso non l’aveva perso, si lamentava talvolta della mancanza di assistenza sociale ma non si autocommiserava. Solo con il suo cane e la signora Anna, da quando non riusciva più a muoversi si era fatto volere bene da tutti quei pochi che lo frequentavano per schiettezza, semplicità e bontà d’animo.

C’è qualcosa nel destino di tutti noi, forse delle casualità che talvolta ci portano  su sentieri sbagliati ma che non incidono sulla nostra natura. Per Adriano, Sante e Piero era forse stata la voglia di avventura, di dimostrare che qualcosa per uscire dalla propria condizione “si può fare”, la malintesa interpretazione del concetto di emancipazione di classe quando non ci sono altre vie d’uscita, quando anche la politica ti abbandona. Tutti e tre erano stati a piazza Statuto nel 1962 quando la folla di operai e proletari si era riversata nel centro di Torino per attaccare la sede della Uil che aveva fatto un accordo separato con la Fiat. Botte da orbi, con l’avallo di Cgil e Pci. Poi più niente speranze se non nella sopravvalutazione delle proprie capacità per cercare di vivere meglio, per far male al Potere dove fa più male: i soldi. Come Jesse James che credeva di vendicare la Causa Persa della Confederazione rapinando le banche degli ex nordisti e le ferrovie dei collaborazionisti, come Pretty Boy Floyd che vedeva nelle banche il nemico dei contadini poveri del sud ovest americano negli anni della Grande Depressione, come la XXII Ottobre genovese poco dopo, nei primi anni Settanta.

Nel settembre scorso ho fatto avere a Adriano la biografia di Bianca e il cartoncino di ricordo di lei, poi gli ho telefonato per sapere se aveva bisogno di qualcosa e avevamo chiaccherato per qualche minuto. Mi dicono che si era commosso.

Dopo averlo accompagnato al cimitero, ho voluto passare da piazza Crispi per guardare i luoghi “storici” della banda Cavallero. Dove c’era la sezione del Pci con annesso circolo Arci, ritrovo abituale dei tre, oggi c’è una banca. Il cerchio si è chiuso male. Chi ancora nutriva rancori può ritenersi soddisfatto ma il mondo senza Adriano Rovoletto non è certo migliore. (F.S.  27.2.2015)

 

 

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

One Response to Addio a Rovoletto, un “cattivo” buono

  1. è un po’ come ricordarsi che certa malavita da una parte derubava sparava e creava allarme sociale, da l’altra è la storia di una Italia che non c’è più, l’Italia della Banda della Magliana, la Mala del Brenta, e la Banda Cavallaro.
    Hanno combattuto si a loro modo, ma hanno combattuto una lotta di classe dove chi non aveva e non avrebbe mai avuto si ribellava a un destino infame che forse per pochi anni ti dava il riscatto nel prenderti ciò che in un Mondo altro dovresti avere per diritto, la dignità del poter emergere anche se figlio del calzolaio, ma poi alla lunga il potere e lo stato si riprendono tutto con gli interessi, e tanti si son trovati morti dentro e morti dentro le carceri.
    la battaglia è perduta ora la guerra sta nelle mani di altri disadattati quelli che per non voler piegar la testa si fanno esplodere.

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