La Verità spezzata nella fiction della Rai

E’ un distillato di bugie e di retorica buonista quella diffusa da Gli Anni Spezzati. E’ una democrazia malata quella che ha bisogno di inventarsi eroi che non ci sono.

lapidePinelliHo visto anch’io Gli Anni Spezzati, solo la prima parte, ma mi è bastata quella per inquadrare criticamente la fiction. Uso il termine fiction di proposito perchè sta per “diverso dalla realtà“. Non che ne dubitassi già da prima (la Rai ci ha abituato alle brutture estreme specie quando si parla di vicende politiche) ma con gli anni che avanzano sta tornando in me la voglia di ripensare al passato. Fin qui mi sono sempre rifiutato, più o meno coscientemente, di rivangarlo con letture o altro per non fare il reduce, per il carico di delusione e rabbie legate alla sconfitta, alla causa persa della mia generazione, che il ricordo comporta. E sapendo che la storia la fanno i vincitori. Quindi a che scopo sfrucugliare? Invece da pochi mesi, chissà perchè, ho ripreso a ricordare. Sono talvolta le circostanze a condurti per mano: forse per una sensazione di fastidio diventato intollerabile, forse per  un interesserinnovato per la politica, o per aver ri-incontrato persone con cui hai condiviso entusiasmi, avventure urbane, drammi umani, furori, amarezze e con cui ricominci a parlare; per voglia di capire cose che non avevo ancora capito, ingenuità, verità nascoste; per confrontarti con i modi con cui ognuno ha saputo far fronte alla nuova vita che si apriva dopo il “tutti a casa“. O forse semplicemente perchè “ognuno è quello che è sempre stato” (Aldo, Giovanni e Giacomo) e non si può scappare da se stessi per sempre. Già avevo avuto qualche sussulto, per esempio leggendo Le Ragioni di un Decennio dello storico Giovanni De Luna, revisionista nel fare proprie le giustificazioni degli allora leader di Lotta Continua per sfuggire alle loro responsabilità, o ritrovando in Val di Susa tante facce conosciute di ex come me con un ritrovato entusiasmo per una causa degna di impegno.

E cosi eccomi davanti alla tv con la stessa predisposizione che aveva mia nonna quando brontolava per quello che vedeva ma non spegneva (perchè poverina non aveva alternative, ma io allora non lo capivo). E puntualmente, quello che ho visto mi ha indignato: c’erano giovani com’ero io descritti come si descrivono oggi i cosiddetti black block, dediti solo a fare casino, mascherati, cinici e circospetti nel muoversi come se fossero clandestini: non un cenno alla dimensione di massa della protesta che dominava la società italiana di allora, alle motivazioni, alla coscienza antifascista, alle tensioni diffuse dagli interventi durissimi della polizia che si era imparato a contrastare molto efficacemente; solo studenti naturalmente perchè la partecipazione operaia ai moti di piazza non va menzionata: oggi gli operai sono diventati buoni perchè protestano solo in modi inefficaci e pietistici, quindi è meglio non rivangare. A fronte, c’erano poliziotti-bravi-ragazzi con sensibilità e sentimenti, di cui un Fracchia avrebbe potuto dire “Com’è umano, lei!...”, qualche dirigente (Allegra e Guida) solo un po’ ambiguo e soprattutto un Calabresi reincarnato secondo la più recente versione in odore di santità, vittima innocente delle circostanze e dei cattivi, sofferente nel profondo nel torchiare Pinelli Pinellisecondo le indicazioni dei superiori, tormentato nel vedere come si mettevano male le cose. Nella sua stanza, durante l’interrogatorio di Pinelli, colleghi seduti tranquillamente, fumatori quasi disinteressati, spettatori; lui, il Pinelli, un fragile ingenuo che si lascia abbindolare e che asseconda la versione poliziesca affidata alle cronache nell’immediato post-“incidente” secondo cui, di fronte alle contestazioni pressanti avrebbe sussurrato “E’ la fine dell’anarchia” prima di buttarsi dalla finestra. E allora non ho potuto fare a meno di ripensare al fermo illegale di Pinelli, alle botte inflittegli nella stanza di Calabresi riscontrate nella famosa lesione al collo (il “colpo di karate”) e dalla testimonianza dell’anarchico Valitutti, chiuso in una cella nei pressi, che sentiva tutto quello che stava succedendo, alle menzogne di Calabresi al magistrato Caizzi sulla verbalizzazione dell’interrogatorio e sull’attitudine di quel giorno del Pinelli a tentare il suicidio, alle contraddizioni nelle versioni dei presenti (Panessa, Caracuta, Lograno) su quanto avvenuto in quella stanza, all’infame sentenza D’Ambrosio con il proscioglimento di un Calabresi già defunto e la definizione causale per Pinelli di “malore attivo“. Sono anche andato a cercare quelle vecchie documentazioni e ho trovato il riferimento al documento degli avvocati della famiglia Pinelli che sostenevano che quando una persona “ristretta presso la polizia trova una morte apparentemente accidentale, si possono formulare tre ipotesi: che il cittadino sia stato fatto cadere dalla finestra, che lo stesso abbia ricevuto un trattamento cos inumano da indurlo a un gesto disperato, che infine lo stesso abbia compiuto un gesto folle senza essere trattenuto…In tutti e tre i casi ricorre la responsabilità…per dolo dei funzionari o per colpa degli stessi” (confesso che, rileggendo quel documento non ho potuto evitare di pensare a Sole e Baleno, anarchici impiccati in carcere in tempi più recenti, senza colpevoli riconosciuti se non dalla memoria popolare, proprio come Pinelli ).  Ricordo  il racconto della signora Pinelli che, informata dai giornalisti della morte del marito, telefona a Calabresi chiedendogli “Perchè non mi avete avvertito?“.  “Non ne abbiamo avuto il tempo” rispose, gelido il commissario. E le dichiarazioni infamanti di Calabresi ai giornalisti durante la “seconda conferenza stampa” del Questore Guida: “Lo credevamo incapace di violenza (dopo che aveva tentato di attribuirgli responsabilità per le bombe di Roma – NdA), invece…è risultato implicato con persone sospette…“, parole che gli procurarono, tra altre cose, la denuncia della signora Pinelli per omicidio volontario tramutata benevolmente dai giudici inquirenti in omicidio colposo “per non aver impedito il suicidio“. Calabresi infine fu prosciolto da D’Ambrosio perchè si volle credere che non fosse stato presente al momento dell'”incidente” trascurando la testimonianza dell’anarchico Valitutti confermata in aula  dal brigadiere di Ps Sarti “Nessuno era uscito da quella stanza“.

Queste sono solo pillole di memoria di quei giorni ma dovrebbero bastare a guardare ai protagonisti della realtà e della fiction in una luce molto diversa da quella gettata dalla retorica di una democrazia malata e dei suoi media compiacenti. Ci pensi chi oggi continua ad avallare versioni poliziesche e cacce agli anarchici. A noi perdenti resta il compito di insegnare a leggere tra le righe delle notizie e di impedire che la polvere copra definitivamente la verità.(F.S. 18.1.2014)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

3 Responses to La Verità spezzata nella fiction della Rai

  1. dario janese says:

    Una considerazione laterale. Un simile approccio ai medesimi fatti controversi è già stato adottato da Marco Tullio Giordana, già autore de PASOLINI: UN DELITTO ITALIANO e LA MEGLIO GIOVENTU’, di sicuro non sospettabile di connivenza con l’establishment culturale. Eppure il film non ha suscitato nè particolari polemiche nè alcuno scalpore. Dal bailamme suscitato in rete da quest’ultima fiction deduco quindi che la presunta crisi della televisione come veicolo di propaganda e creazione di opinione, propugnata da così tanti tribuni del web, di fatto non esiste. A me, cittadino critico e non-spettatore, di discreta formazione storica e orientamento politico indipendente, rimarrà la domanda irrisolta su come un dato oggettivo si/no come la presenza o meno del Commissario nella stanza al momento del delitto – chiamiamolo così – possa essere oggetto di versioni contrastanti. Viene alla mente un altro film dal titolo RASHO MON di Kurosawa, con la sua frammentazione inconciliabile di resoconti di uno stesso atto di violenza sino a far dubitare della trama unica della realtà. Un concetto, a ben vedere, di adozione naturale in un Paese dove non esistono colpevoli (“il delitto italiano….resta impunito per definizione”, M.T.Giordana), ma solo vittime di complotti, coinvolte in eventi a loro insaputa,sempre e comunque innocenti per insufficienza di prove come Dio lo è per l’esistenza del mondo in generale, e dell’Italia in particolare.

  2. Fabrizio Padovan says:

    Concordo con l’analisi di Fabrizio Salmoni. Come tutte le fiction TV, anche questa non aderisce affatto alla realtà, fa apparire finti eroi e stigmatizza come carnefici persone che non possono essere liquidate come tali e, soprattutto, dimentica totalmente le responsabilità di Stato. Non è sottovalutata sotto la questione dell’anarchico Pinelli (v. memorie degli avv,ti Bianca Guidetti Serra, Marcello Gentili e Carlo Smuraglia: http://www.arivista.org/?nr=039&pag=39_15.htm ), ma anche quella del sequestro Sossi, perché, al di là del fatto che questi ultimi siano stati anche vittime, non si può ergerli per ciò solo ad eroi.
    Voglio ricordare Giuseppe Pinelli con la celebre ballata: http://www.youtube.com/watch?v=qo76pcIhTec

    • Fabrizio Padovan says:

      Errata corrige: al posto di “Non è sottovalutata sotto la questione…”: “Non è sottovalutata solo la questione…”

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