Libero arbitrio e incoscienza di classe

di Michele Castaldo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento, lieti di aver provocato un dibattito anche severamente teorico con il nostro articolo  C’è lavoratore e lavoratore: poi ci sono i crumiri , del 14 Maggio.

A proposito di alcune prese di posizioni di componenti del movimento No Tav nei confronti di lavoratori delle ditte che operano in quel cantiere. Si tratta di una questione molto complessa, di natura teorica, politica e pratica. A scanso di equivoci, ribadiamo innanzitutto che tutte le componenti No Tav, ripetiamolo, tutte, stanno su di un corretto terreno di lotta contro un sistema che nella sua folle corsa – termine onomatopeico come non mai appropriato al caso – distrugge alcune basi fondamentali del rapporto dell’uomo con il territorio, parte primaria del suo habitat. Dunque parliamo dal di dentro dello stesso campo, per una fraterna discussione di merito per le prospettive di sviluppo del movimento antisistema, in Val di Susa, in Italia e nel resto del mondo.

La retorica governativa, e non solo, di tutta quell’accozzaglia partitocratica che si ostina a difenderne la necessità “storica” dell’Alta Velocità si erge addirittura in difesa dei lavoratori che operano nel cantiere No Tav. Ci vuole giusta la faccia tosta di lor signori per arrivare a tanto. Ma andiamo con calma, perché le questioni sono complicate, e semplificarle non ci aiuta.

La bagarre multimediatica si è scatenata per una presa di posizione che dobbiamo attentamente analizzare e di essa discutere all’interno del nostro campo. Il riferimento è all’articolo C’è lavoratore e lavoratore: per esempio ci sono i crumiri  : “Parliamo chiaro: – scrivono i militanti No Tav nel mirino del Ministero degli Interni –  << i pochi “operai” del cantiere di Chiomonte si fanno strumento della loro stessa controparte, tradiscono la propria comunità e la loro terra, piagnucolano ogni volta che incappano in qualche “incidente”, si fanno difendere dalla polizia e si macchiano di comportamenti abbietti e antisolidali (ricordate quelli che continuavano a lavorare mentre Luca Abbà era a terra o quelli di loro che tirano pietre ai dimostranti o li fotografano ad uso della Questura?). Ebbene essi sono la dimostrazione di quanto facilmente un uomo si possa vendere per trenta denari maledetti e subito a chi è responsabile primo della sua condizione di affamato. Come se poi fossero gli unici ad avere fame e a patire la crisi economica. La loro scelta egoista individuale li mette fuori dalla loro comunità e li condanna meritatamente a una difficile convivenza sul territorio. Quel loro essere “operai” non pulisce le coscienze. Rimangono solo CRUMIRI “.

Attenzione bene, noi non possiamo mettere sullo stesso piano gli strumenti della forza del Capitale organizzati nello stato, con chi strumento della forza del Capitale non lo è e non è posto a difesa dello stato, a meno che non si voglia mettere sullo stesso piano la forza della produzione e la forza in difesa della produzione capitalistica. Un conto è il disoccupato che si arruola in polizia, nei carabinieri o nell’esercito, in missione massacratoria definita umanitaria, altra cosa è chi è addetto alla produzione con mansioni di merce-forza lavoro. Ora, nel mentre nel primo caso la forza ha la coscienza della forza, dello stato, nel secondo caso, la merce-forza lavoro ha la coscienza della produzione, perché è merce. Affinché la merce forza lavoro, prenda una diversa coscienza, deve avvenire un processo di rottura che non è dato dal proprio libero arbitrio. L’individuo è formato dal contesto e dalle forze che il contesto continuamente separa e riaggrega. Assegnare perciò una soggettività alla merce forza lavoro riaggregata in nuove e diverse necessità materiali, equivale a voler leggere nell’individuo operaio una capacità taumaturgica che non ha e non può avere. L’operaio ragiona come il capitalista, cioè guarda all’interesse immediato, non tiene conto della prospettiva a lungo termine. Figurarsi se poi addirittura si pena per le sorti della comunità della “sua” terra. La sua terra è la sua casa, la sua famiglia, i suoi figli, cioè il microcosmo del “suo” essere infelice merce. Non ci interessa, nel caso in specie, dei piagnistei moraleggianti, infidi e meschini sulla retorica figura “sociale” dell’operaio, questo lo lasciamo a chi strumentalmente li usa per impedirgli di prendere coscienza.

Premesso dunque che gli operai non possono aver coscienza in quanto tali, non possiamo affermare che  “si fanno strumento della loro stessa controparte, perché i titolari delle imprese non sono visti come la loro controparte, ma essi sono oggettivamente complementari agli interessi delle imprese ed in quanto merce vengono a essere utilizzati in maniera impersonale dalle stesse imprese che obbediscono a meccanismi di cui essi stessi a loro volta sono oggetti più che soggetti dell’accumulazione capitalistica. Alexander Gershenkron in ‘Il problema storico dell’arretratezza economica’ si domandava: è stato il capitalismo a <<creare>> lo spirito del capitalismo o è stato lo spirito capitalista a <<creare>> il capitalismo?. Engels ben prima di lui aveva sistematizzato ne l’Antiduhring la questione: l’economia schiavizza in maniera complementare e differenziata le componenti sociali dell’accumulazione.

<< ...si fanno difendere dalla polizia >>

scrivono ancora i compagni. No, è sbagliata proprio l’impostazione, perché non sono gli operai a farsi difendere dalla polizia, ma è il capitale che usa la polizia per difendere gli operai “scabs”, ovvero la propria merce, per la propria produzione. Non possiamo in alcun modo ancora una volta assegnare all’oggetto merce-forza lavoro un ruolo soggettivo che in ben altri siti alberga.

<< .si macchiano di comportamenti abbietti e antisolidali>>

il che è vero, solo e soltanto in quanto strumento nelle mani del capitale, dunque in quanto effetto di una causa. Figurarsi poi in una fase di crisi acuta come quella attuale, dove la parola d’ordine “comune” diviene sempre di più ‘si salvi chi può‘ quando non addirittura ‘mors tua vita mea‘. Altro che ….Proletari di tutto il mondo unitevi! E’ il risalire alle cause che ci complica e di parecchio il nostro percorso, perché è molto più arduo riuscire a smuovere i segretissimi fili degli intrecciati interessi che tengono in piedi questo stramaledetto sistema. Si tratta di errori di frustrazione, dovuti alla distanza tra l’espressione di una coscienza di rapporti sociali collettivi umanizzati e la barbarie incombente, che fa scambiare Peppe ‘o russo pe ‘o filobus. Altrimenti detto, si tratta di una posizione che, nell’indebolimento del movimento, dunque nella percezione di aumentate difficoltà, nell’isolamento, ci fa proseguire sul piano dell’idea della lotta contro la Tav – del caso in specie – senza la forza necessaria e sufficiente di interromperla. Dunque pur restando valide tutte le motivazioni idealmente materiali, in assenza di forza necessaria, la lotta diviene ideale. Se così non dovesse essere, vorrebbe dire che crederemmo alla possibilità che il ‘libero arbitrio personale, individuale’ potrebbe sottrarre l’uomo alle incombenti responsabilità dei ruoli che le impersonali legge del capitale assegnano loro.

Quanto agli scabs, va fatto un ragionamento più approfondito. E’ certamente vero – ai nostri occhi – che chi si comporta come gli operai delle ditte della Tav, specie se della zona, rischiano di apparire dei crumiri, cioè contro gli interessi dell’intera comunità della valle. Epperò, dovremmo ricordarci che i minatori inglesi, negli anni ottanta, pur compatti al cento per cento in patria come categoria, furono sconfitti dalla Tatcher. Ci fu riferito – dai loro delegati – che tanto la Russia quanto la Polonia, continuavano a rifornire di carbone l’Inghilterra durante tutto l’anno dello sciopero. Erano tutti ‘scabs’ gli operai russi e polacchi? Non possiamo cercare scorciatoie alle difficoltà che la lotta di classe ci pone innanzi. E non ottennero risultati migliori le Brigate Rosse, quando minacciarono di ritorsioni i giudici popolari ai loro processi. Purtroppo i processi si celebrarono, e lo stato sconfisse le formazioni che si autodefinivano combattenti prosciugando il mare, ovvero con una “leggina”, la 285 che fece assumere nella Pubblica Amministrazione 500 mila giovani e vinse il capitale, e con il capitale lo stato.

Ora, gli scabs, vanno combattuti e battuti, non dalla sola forza delle idee, ma dalla forza delle stesse categorie sociali che li produce, ovvero i lavoratori, e se questi non si muovono, li possiamo disprezzare e dileggiare finché vogliamo, ma mai farli assurgere a nemico fondamentale, perché non lo sono. Neanche se questo succede all’interno della stessa categoria, come alla Fiat di Pomigliano il famoso accordo ricattatoriamente infame nei confronti dei lavoratori. Innalzeremmo a principio teorico, mettendo al primo posto, la coscienza dell’individuo piuttosto che le forze che la determinano. Non ci vuole molto a capire che se anche gli operai che operano per le imprese della Tav si rifiutassero di svolgere le mansioni loro imposte, ne subentrerebbero altrettanti ed a condizioni forse peggiori, e magari ancora più incarogniti. Ed il fatto che alcuni operai siano della zona, non li obbliga in alcun modo a sposare prioritariamente la causa della difesa della valle, perché vengono attratti da una forza maggiore – quella del capitale – che è la stessa che ne fa, al momento, una causa locale, quella della valle, piuttosto che investire tutto il proletariato e le altre classi subordinate per una battaglia generale di civiltà contro la barbarie che distrugge il territorio. Per queste ragioni, non è inficiato per niente il ragionamento che cerchiamo di fare. Se pur rimangono validi tutti, i motivi di battaglia politica contro la costruzione della Tav, allo stesso modo di come restano validi tutti i motivi per la chiusura dell’Ilva di Taranto, e di tutte le fabbriche nocive oltre a quelle che producono direttamente armi e morte, dobbiamo sapere che la soluzione non risiede nel libero arbitrio individuale e personale degli addetti agli specifici settori, e che non possiamo educare le nuove generazioni a questo principio teorico che sposta l’obiettivo sulla debolezza dell’oggetto-soggetto – la merce forza lavoro – ricattato, piuttosto che tenere la barra dritta sulle leggi dell’accumulazione del capitale che mette in campo ben altre forze, alla cui coda compaiono gli “scabs”.

<<Gli “operai”/”lavoratori” non hanno ragione perchè sono tali>>

Possiamo aggiungere: così come gli agenti di pubblica sicurezza, i carabinieri e i militari di carriera non possono essere visti allo stesso modo di quando erano dei disoccupati, ma vanno considerati per il ruolo che vanno ad assolvere all’interno di un apparato statale in difesa di un meccanismo infernale dell’accumulazione capitalistica, gli operai di certe produzioni, in quanto merce forza lavoro, stanno sì all’interno dello stesso meccanismo infernale, ma con un ruolo distinto da quello degli apparati della forza dello stato e di difesa dello stato. Non v’è dubbio alcuno che una volta indossata la divisa o la tuta, l’individuo se ne fa una ragione, e ragiona a partire dalle ragioni di quella divisa e di quella tuta. Ma i materialisti hanno l’obbligo di tener presente il percorso dialettico che produce la metamorfosi sociale dell’individuo, per colpire con precisione nella propaganda, nell’agitazione, nell’organizzazione, evitando le esemplificazioni. L’esempio dell’Ilva di Taranto la dice lunga sulle complicazioni che ci riserva questa fase storica.

Scrivono i compagni: <<La loro scelta egoista individuale li mette fuori dalla loro comunità e li condanna meritatamente a una difficile convivenza sul territorio>>. Qualcuno prima di noi scriveva che …gli operai sono liberi di scegliersi il padrone da cui essere sfruttati. Nessun operaio desidererebbe fare l’operaio, figurarsi poi in una cava di tufo, una miniera di carbone, in un discarica di rifiuti o della stessa Tav. Perché allora assegnare l’esclusività della “scelta” agli “scabs” nella Tav? E’ giusta e sacrosanta la rabbia ed il disprezzo nei confronti di chi “non capisce”, e questa va estesa a trecentosessanta gradi ed in ultimo agli operai delle imprese. Perché assegnare agli ultimi l’onore e l’onere della ‘scelta’?. E’ il capitale che sceglie, le sue leggi spontanee, anarchiche e irrazionali. Se non abbiamo la forza di abbatterle, esprimiamo a giusta ragione rabbia istintiva e irrazionale, e se ce l’andiamo a prendere con gli ultimi, è perché non riusciamo ad arrivare ai primi. In tutta onestà va detto che nessuno sceglie, neanche i migliori militanti delle migliori cause degli oppressi. Essi vengono a essere attratti da quelle cause e se ne fanno paladini; se c’è la forza necessaria, si vince, se no, si tenta di non perdere, altrimenti si perde.

<<Ebbene essi sono la dimostrazione di quanto facilmente un uomo si possa vendere per trenta denari maledetti e subito a chi è responsabile primo della sua condizione di affamato>>

In una società mercificata, tutto è merce, e la merce si compra e si vende. E’ vero che Giuda tradì il Cristo per trenta denari, e la chiesa cattolica addita al pubblico ludibrio un poveraccio. Ma noi dovremmo spiegare che qualcuno comprò Giuda e solo perché c’era il compratore, quel famoso Sinedrio, potere autonomo nell’impero romano, che lo corrompeva, ci poté essere il corrotto. La storia però ci racconta e condanna il traditore e il corrotto, ma sottace le responsabilità del corruttore. Allo stesso modo di come il Pci condannava senza appello i militanti disoccupati che per fame si “vendevano” alla Democrazia Cristiana, poi però i reduci di quel partito, con i resti di quella stessa Democrazia Cristiana, hanno costituito un unico partito. Sbagliano ancora una volta i compagni a puntare il dito contro il comprato, il corrotto, affidandogli una soggettività che non ha e non può avere.

Dunque la battaglia contro la Tav va continuata e combattuta per quello che il campo dei rapporti di forza permette, evitando accuratamente la ricerca di scorciatoie che nella lotta di classe non sono possibili

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

2 Responses to Libero arbitrio e incoscienza di classe

  1. Non sono così erudito da argomentare sino in fondo le perplessità che mi lascia questo articolo tutto giocato in chiave chiaramente marxista, nell’interpretazione dei ruoli e delle responsabilità. E’ appunto la visione di de-responsabilizzazione dell’individuo che mi lascia molto perplesso. Esso è interpretato meramente in chiave di merce, nel contesto della produzione capitalistica, totalmente privo di discernimento politico. Non credo sia possibile pretendere che un operaio rinunci al lavoro per protestare contro la Tav; ma mi domando se quello stesso operaio, costretto da forze superiori, ricattato -questo lo possiamo certo dire- , a contribuire nella costruzione di qualcosa che distruggerà il suo stesso futuro, compromettendo l’ambiente nel quale vivrà, produrrà almeno un gesto di protesta e di ribellione nel segreto dell’urna. Oppure attenderà, irresponsabilmente, che la lotta proletaria -prossima, futura?- lo liberi dalle catene della sua condizione di sudditanza verso il capitale. Temo, ma forse sbaglio per mia limitatezza, che seguendo questa linea coloro i quali affrontano a viso aperto le organizzazioni criminali, rischiando in prima persona, siano da considerarsi quasi degli stolti; quelle stesse organizzazioni che tanta parte hanno oggi in quello stesso capitale di cui si diceva sopra. Non so se la lotta notav possa attendere una nuova lotta di classe che “liberi” tutti gli oppressi e li renda consapevoli della propria condizione, ma tra il dover accettare delle condizioni ricattatorie e vendere la propria anima al “nemico” c’è qualcosa di più che una falce ed un martello…

  2. Commento al commento.
    Non è un problema di una falce e un martello, difatti nei miei scritti – http://www.michelecastaldo.org – rifuggo da sacre icone e simbolismi novecenteschi, e definisco tutti gli autori di quel periodo storico il riflesso di un contesto determinato dell’accumulazione capitalistica e di conseguenza della lotta di classe. No, non credo assolutamente che si tratti di stoltezza lottare contro la Tav, ancor meno ritengo che questo tipo di lotte, debbano aspettare l’azione taumaturgica di una classe operaia di metafisica presa di coscienza. Molto più sommessamente mi sono limitato con il mio scritto a fissare un principio teorico non molto in voga sul libero arbitrio, in modo particolare, nella fattispecie, per quanto concerne il proletariato. Per paradossale che possa sembrare, cerco di discutere il modo attraverso il quale il proletariato diviene classe rivoluzionaria, non partendo cioè dalla coscienza individuale di ogni singolo operaio, ma da fattori determinati che ne determinano a loro volta l’azione e successiva all’azione la coscienza dei lavoratori. L’attuale debolezza del Movimento No Tav pertanto non è dovuta alla mancanza di coscienza dei lavoratori, ma alla forza – ancora – che il capitale conserva di ricattare e minacciare tutte le classi sociali – ripeto tutte – e di subordinarle alle sue leggi. Quei ricatti e quelle minacce, determinano l’incoscienza dei lavoratori della Tav e non solo. Dalla lettura dei miei scritti sul sito indicato, emerge con chiarezza il concetto che solo con l’esaurirsi del modo-moto di funzionare delle leggi dell’accumulazione del capitale può procedere un processo di implosione dal quale tutte le tematiche che il capitalismo ha portato a maturazione dovranno cominciare a trovare soluzione, fra queste, certamente, un movimento come il No Tav che ne rappresenta l’antesignano di un più generale movimento antisistema internazionale di cui si incominciano a intravedere i primi sintomi negli ultimi quindici anni proprio nei paesi “più” evoluti. Dunque tutt’altro che attendista, tutt’altro che indifferentista.

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