Ustica: un segreto più grande

Un caso in cui la verità è forse più evidente di quanto sembri. Le versioni finora accreditate dipingono però scenari incoerenti e contradditori. Facciamoci delle domande.

 E’ di poche settimane fa la sentenza della Cassazione civile che stabilisce che ad abbattere l’aereo Itavia quel 27 Giugno 1980 fu un missile  e che lo Stato italiano deve rimborsare i parenti delle vittime. Tutti dunque sembrano propensi a mettersi l’animo in pace. Se non fosse che la verità rimane sequestrata da una versione poco convincente, contradditoria,  non coerente pur nelle versioni finora raccontate e evidentemente monca di dettagli cioè esattamente dove, secondo la vox populi, si nasconde il diavolo.  A fronte della versione ufficialmente accreditata, la prima domanda viene spontanea: ma chi sparò il missile e contro chi (o cosa)? La versione più condivisa ad oggi è quella del giudice Rosario Priore che parla di almeno due (o forse sei) velivoli militari  presumibilmente francesi e/o americani  provenienti da ovest (Corsica?) che assumono dapprima una rotta parallela nord-sud a quella del DC9; poi uno di quelli improvvisamente assume una cosiddetta rotta d’attacco a 90° ovest-est e spara un missile verso un presunto mig libico, su cui forse c’era Gheddafi o che forse si apprestava a scortare Gheddafi, che viaggiava “nell’ombra” cioè poco dietro e sotto l’aereo Itavia. L’esplosione del missile avrebbe  squassato la struttura dell’aereo provocandone la caduta.  Il velivolo sconosciuto, mancato, si sarebbe allontanato a grande velocità verso sud; una traccia ne segue anche un altro che va a est (ma che potrebbe essere uno degli aerei inseguitori).

I forse rimangono tanti così come le zone d’ombra. L’impressione è che la versione Priore sia solo “la migliore possibile”, l’unica pubblicamente spendibile, oltre cui non è opportuno andare. La vicenda già inquietante di per sè è condita da dichiarazioni oscure di politici prominenti dell’epoca che fanno pensare che ne sappiano di più, o per lo meno che qualcuno, in posizione favorevole, avesse capito: DeMichelis, allora Ministro degli Esteri, dichiara oggi “Ci sono cose che non possono e non devono avere delle risposte...”, cose che stanno “sopra il tavolo e altre sotto il tavolo“; l’ex Ministro dei Trasporti Formica rincara: ” La strage era un segreto che nascondeva un segreto più grande. ..Ancora oggi c’è un segreto più grande da coprire” (La Stampa,29.1.2013). “Ancora oggi”? Quasi una smentita della versione di Priore. Ma quale può essere questo segreto più grande di tutti? Pensiamoci, ma per il momento lasciamo il pensiero da parte per esaminare le palesi incongruenze della versione condivisa. Tante sono le domande che possiamo farci. Queste le più immediate.

I GENERALI. Cosa può indurre quattro generali a rischiare (e subire)  una condanna (poi prescritta) per alto tradimento, infamante e disonorevole, pur di non parlare? Solo per nascondere responsabilità di alleati, americani e/o francesi? Chi glielo faceva fare? In fondo era una decisione da affidare alla politica… perchè prendersene carico?

 GLI ALLEATI. Se l’abbattimento fosse stato un “errore” per cause comunque spiegabili perchè non riconoscerlo, chiedere scusa e pagare i danni, come del resto avrebbero fatto gli americani solo pochi anni dopo, nel 1988, con l’aereo civile iraniano 655 (e benchè tra USA e Iran ci fosse uno stato di guerra latente)? Al proposito, lo stesso Formica commenta: “Se non c’è qualcosa da nascondere, anche di fronte a fatti tanto gravi, una nazione ammette e paga i danni”.  Era così inconfessabile per esempio per i francesi, accreditati tardivamente dal torbido Cossiga come colpevoli (solo quando l’ipotesi aveva già preso corpo nelle inchieste e quasi a voler distogliere l’attenzione dal “bersaglio”), ammettere di aver voluto abbattere un aereo libico  nello spazio aereo italiano anche se in un momento di rapporti tesi con l’Italia? Delle giustificazioni per l’erroree la violazione si sarebbero trovate e di fronte al fatto compiuto tutto si sarebbe risolto in qualche modo più o meno sottobanco di fronte all’interesse comune di salvaguardare le alleanze.

 GHEDDAFI. Secondo Priore, il presunto mig libico che sulla costa toscana si sarebbe inserito in coda al DC9 seguiva una rotta nord est-sud ovest, probabilmente sfruttava un corridoio nel sistema radar detto Nadge che aveva dei “buchi” cioè aree cieche di cui l’Italia era al corrente e di cui i libici (e tanti altri tra cui anche Arafat) si servivano “abitualmente” per andare in Jugoslavia o a Venezia dove ricevevano ufficiosamente assistenza. Gheddafi (o altro vip libico) invece, al momento dell’incidente, era in volo all’altezza di Malta da Tripoli diretto a Varsavia su una rotta evidente sud ovest- nord est, esattamente opposta. Perchè dunque un mig che volesse scortare Gheddafi doveva arrivare dalla direzione opposta? E Gheddafi volava senza scorta dalla Libia in attesa che arrivasse il mig dalla Jugoslavia (o da Venezia) a rilevarlo? Che senso ha una tale versione?

 I PILOTI ITALIANI. Le Frecce Tricolori Naldini e Nutarelli, in addestramento sulla Toscana lanciano un allarme alla base, non via radio ma “squoccando” il codice di emergenza e rafforzando con la apposita manovra a triangolo una “massima allerta”. Poi atterrano apparentemente sconvolti e affrontano il de-briefing. Nei giorni successivi confidano a colleghi di aver visto “qualcosa di terribile”. Ne rimangono turbati e due giorni prima di affrontare l’interrogatorio con Priore muoiono mentre si esibiscono in Germania. Proprio e solo loro due. Priore, senza averli ancora interrogati,  riferirà che erano sconvolti per aver assistito “a uno scenario di guerra”. C’è da chiedersi come mai degli ufficiali dell’Aeronautica militare si lascino “sconvolgere” nel vedere un inseguimento (o uno scontro) aereo., come ipotizzato dagli investigatori. Sono così fragili i nostri piloti dell’Aeronautica?

 IL/I VELIVOLO/I NON IDENTIFICATO/I . Posto che per shoccare i due piloti italiani deve essere stato qualcosa di veramente speciale, alle sue prestazioni le testimonianze radar aggiungono dettagli: un’accelerazione poderosa (pochi secondi prima del disastro, quando il missile è già lanciato, il velivolo sfreccia via  con accelerazione tale da far pensare ai periti che lo spostamento d’aria sia stato la causa del cedimento strutturale) tanto da far dire all’operatore radar di Marsala “Guarda, adesso mette la freccia e lo sorpassa“; una saltuaria rilevazione radar (tra le 20.37 fino a subito dopo la scomparsa del DC9 dagli schermi, scompare e riappare diverse volte); disturbi elettromagnetici alla radio di bordo del DC9. E cosa vedeva il comandante Gatti intorno al suo aereo quando diceva “…Vedo tanti lumini come quelli di un cimitero...”? Cosa c’era lì intorno a lui?

 CHI SA? Intanto la Nato aveva un Awacs americano in volo quella sera sulla verticale dell’Irtalia centrale. E’ più che probabile che proprio l’Awacs abbia segnalato l’intrusione di un (o più di uno) velivolo non identificato (come lo definisce il magistrato Erminio Amelio, pm nel primo processo ai Generali) ed abbia avviato conseguentemente la caccia all’obiettivo. Quindi qualcuno alla Nato dovrebbe conoscere almeno la natura del bersaglio.  Siamo ancora in attesa delle risposte alle rogatorie.

Il caso Ustica notoriamente ha presentato depistaggi, false testimonianze e la morte di almeno sei testimoni (c’è chi parla di tredici). Un’attività “sistematica, un progetto che aveva come obiettivo quasi vitale quello di impedirci di capire…”, una rete che monitorava e un’organizzazione di pulizia “che riusciva a sapere quasi in tempo reale l’evoluzione delle indagini…e di capire immediatamente quali potevano essere i punti deboli e intervenire…una ‘mano tempestiva’ che ci precedeva ovunque…(Priore). Il quadro preciso della situazione ce l’avevano l’Ufficio Ustica dell’Aeronautica e l’Ustica Desk negli Usa, composti più che verosimilmente da militari, consulenti e personale dell’intelligence. Una cabina di regia, con l’Ufficio italiano verosimilmente in posizione subordinata se non altro per ragioni tecniche, di gente che conosce e gestisce i “segreti più grandi”. A una simile cabina di regia facevano riferimento evidentemente i nostri generali prima che allo Stato italiano. Ma allora, quale può essere questo segreto più grande di tutti, di cui non si deve parlare a scanso di guai, custodito da militari, servizi segreti, specialisti (?), alcuni politici e chissà chi altri, di tutti i paesi?

E se il bersaglio non erano i libici, a chi si fa guerra, di concerto, e perchè?

Anche altri qualcosa sanno: da tempo c’erano attività anomale nei cieli a noi prossimi. I servizi segreti inglesi avevano segnalato alla loro Civil Aviation Authority traffico anomalo sopra Venezia solo quindici giorni prima del disastro così come l’aviazione militare austriaca e la Klm olandese nei cieli del nordest in prossimità del corridoio Nadge il 7 Maggio ma di questo nelle inchieste italiane non si parla. Così come non si prendono in considerazione le numerose segnalazioni di attività aeree anomale nell’area del basso Tirreno nel breve periodo prima e dopo l’incidente (c’è un legame con le anomalie elettromagnetiche nell’area di Caronia, sulla costa settentrionale sicula?).

Questi sono gli interrogativi più elementari che colgono immediatamente chi “legge” il caso Ustica nelle sue linee essenziali. Già bastano a suggerire che le somme siano sbagliate. Ci sono poi infiniti dettagli che complicano di molto la materia ma nessuno di quelli scalfisce la logica che porta a farsi domande basilari. Ed io mi fermo qui anche a scanso di guai visto il “consiglio” di Cossiga ai “ficcanaso” che abbiano “una passione mal spesa” perchè “qualche incidente in macchina” può sempre capitare.

Il caso Ustica, a ben guardare, sembra uno di quei gialli di Agatha Christie in cui la verità è sotto gli occhi di tutti ma il lettore non sa “organizzare” i dati, guardare dalla giusta prospettiva, trovare quella verità talmente ovvia da far dire, a posteriori, “Come ho fatto a non capire?”. (F.S. 12.3.2013)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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