Per una cultura della nonviolenza

Laura OpertiLOperti

Trauben, 2012

pp 136, € 14

Pur essendo la revisione della vecchia (40 anni fa) tesi universitaria con Norberto Bobbio, il libro di Laura Operti ha la capacità di rinverdire l’annoso dibattito sui principi della nonviolenza. Nonviolenza etica e applicata possono intersecarsi ma trovare percorsi intricati all’applicazione. E’ difatti nella realtà che si incontrano le maggiori difficoltà nel declinarle. La nonviolenza è possibile, è pienamente attuabile? E’ vero che la guerra come istituzione storica può essere superata? Quanto è sottovalutata la portata del “male” nella dottrina nonviolenta e quanto questa è compatibile con concetti come la “ragione di Stato”? Come convive la dottrina nonviolenta con i limiti evidenti, attuali della democrazia? Non si finirà mai di dibattere.

La mia formazione culturale mi impedisce di riconoscere alla nonviolenza valori assoluti. Il riconoscere nelle guerre la soluzione a crisi che la politica o la buona volontà o l’insipienza dei leader non riescono a risolvere mi sembra purtroppo inevitabile. I riferimenti ai campioni classici della nonviolenza, i Ghandhi e i Martin Luther King, qui comunque non di maniera, danno sempre la sensazione di esaurirsi nello specifico. Ma agli specialisti ed ai filosofi è opportuno lasciare l’ardua sentenza.

Le mie maggiori perplessità sul tema riguardano la fase di applicazione. In ambito sociale, per partire dal piccolo, il problema nasce quando il Potere (democratico o meno non importa) è messo in crisi dal livello “pacifico” del confronto e lo stallo politico che ne deriva favorisce indirettamente la parte che dello stallo sul campo si avvantaggia. Quello è il momento critico in cui il Potere “va oltre” la gestione democratica del conflitto e sceglie l’escalation della forza per imporre un livello superiore dello scontro difficile da pareggiare per l ’esclusività della gestione della forza, per la disparità dei mezzi. In tal modo il Potere costringe la controparte a scegliere se adeguarsi o cedere: in entrambi i casi un’opposizione civile perde. Nella mia esperienza di vita ho visto concretizzarsi questa situazione due volte:

1. negli anni Settanta quando a partire dalla legge Reale in poi, con l’utilizzo diretto delle armi da parte delle forze dell’ordine, si è imposto alla sinistra extraparlamentare un terreno di scontro che l’ha portata alla divisione e quindi alla sconfitta politica mentre quelli che tentarono di adeguarsi furono poi facilmente sconfitti.

2.  in Val Susa a partire dalla “campagna dei sondaggi” dell’inverno 2010 e poi con lo sgombero violento della Maddalena del Giugno 2011. Sul campo si era creato uno stallo sfavorevole al Potere. L’Osservatorio di Virano aveva fallito clamorosamente nel tentativo di dividere i rappresentanti istituzionali dal fronte popolare: dopo quattro anni di tentativi, proposte, pressioni, inganni, menzogne mediatiche e quant’altro si era tornati alla situazione del 2005; tutti i comuni (23 su 26) più la Comunità Montana contrari al progetto Tav e tornati all’unità con i Comitati. Ogni altra esitazione avrebbe fermato il progetto e il connesso malloppo di miliardi per i partiti e i loro clientes. La scelta di usare la forza ha sfidato la tenuta del movimento popolare che non poteva per sua stessa natura “adeguarsi”. Si è così arrivati alla militarizzazione permanente della Valle e del cantiere con la crisi dell’ala più anziana e pacifica del movimento che non riesce ancora oggi ad individuare una strategia vincente perché i parametri e la logica democratici (i numeri, le maggioranze) sono saltati: anche in presenza di una manifestazione pacifica di 40,000 la risposta dei partiti è: Tanto il tav si fa lo stesso. A questo punto, che fare?

Ecco, per parlare di casi concreti e attuali di cui conosco la realtà, come i pacifici no tav anch’io non riesco a vedere una soluzione “pacifica” a questa situazione, se non per fortuite, imprevedibili ragioni “esterne” (l’economia, la politica…).

Sempre la mia esperienza dice che il Potere ha paura della violenza di massa perché essa crea contraddizioni politiche e la necessità di accompagnare la repressione con dei cambiamenti. Senza i moti del 1960 non sarebbe caduto il governo Tambroni, senza i fatti di piazza Statuto non sarebbe rientrato l’accordo separato della Uil, e solo per restare in Italia, senza il vituperato autunno caldo (gli operai di allora non andavano per il sottile in quanto a metodi) e stagioni seguenti non sarebbero arrivate le conquiste dei lavoratori. Come si sa l’elenco dei cambiamenti legati a reazioni sociali “non pacifiche” è lunghissimo e attuale. Per non citare sempre e solo Ghandi e MLK, viene spontaneo chiedersi quanti risultati concreti all’umanità abbia portato la nonviolenza assoluta.

In Val Susa starà alla creatività popolare trovare delle vie per vincere ma intanto, e per tornare al tema del libro della Operti, rimane la perplessità sull’efficacia “assoluta” di una risposta nonviolenta. E anche un po’ sulla credibilità dei teorici della nonviolenza (ce n’è parecchi in Valle). Perché se si credesse veramente in quei principi, i nonviolenti dovrebbero intraprendere iniziative coerenti e per esempio marciare sul cantiere e farsi sparare, gasare e bastonare per affermare la propria ragione e creare, col proprio sacrificio, condizioni mediatiche e politiche che ribaltassero la situazione. Forse le idealizzate masse di Ghandi avevano poco da perdere, i cittadini di un occidente ancora relativamente ricco invece no ma è proprio qui allora che il valore assoluto dell’azione nonviolenta si perde nell’idealismo, nel vuoto del politically correct e nella pavidità dei singoli. Semplicemente perché non è sempre applicabile.(F.S. 25.1.2013)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

One Response to Per una cultura della nonviolenza

  1. laura operti says:

    caro fabrizio
    ho letto e riletto
    e ti ringrazio perchè questo è il dibattito che il mio libro avrebbe voluto suscitare, senza riuscirci.
    Attraverso questo libro, senza neanche averne chiaramente l’intenzione io ho unito con un filo le mie due vite. Quella di allora quando scrivevo la tesi e quella di oggi. Bobbio, in seduta di laurea mi chiese ” ma lei da che parte sta? non l’ho capito (dopo anni di frequentazioni a casa sua ….)” perchè la tesi è molto algida e la molla di tutto per Bobbio e per me sono le conseguenze catastrofiche di un’eventuale guerra nucleare.
    Ora è diverso. Che il potere sia violenza allo stato puro lo sappiamo da tempo. E anche vincente.
    Ma il discorso della nonviolenza (a cui bisognerebbe anche trovare un altro nome) per me non ha più a che fare con i risultati, è un orizzonte oltre il quale, fra mille anni, gli uomini si tratteranno meglio.
    Per il resto, lo sai, sono d’accordo con te
    un abbraccio

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