Dentro Sandy

Un’emergenza ambientale vissuta direttamente rivela problemi comuni alle attuali società occidentali. Le caratteristiche americane della gestione dell’emergenza e il ruolo dei media. I pericoli incombenti.

 Il volo Lufthansa da Francoforte è l’ultimo ad atterrare all’aeroporto J.F. Kennedy. Subito dopo lo stesso aeroporto chiude per almeno due giorni. Sono le 22 di Sabato 27 Ottobre. A quell’ora Manhattan è già bloccata per disposizione del sindaco Bloomberg: chiusa la subway, fermi i trasporti pubblici, ordine di evacuazione per le aree costali, molti negozi chiusi anticipatamente, tunnel e ponti chiusi. A prima vista, il tempo non sembra così minaccioso: c’è vento, ma nella norma, e non piove. I taxi circolano. Le previsioni dicono che Sandy si sta avvicinando da sud, che in sé non è forte come Irene dell’anno scorso ma che si dovrebbe collegare ad un fronte freddo proveniente da nord e causare possibili inondazioni. Quindi sindaco e protezione civile si sono attivati per non essere poi accusati di aver sottovalutato la situazione, come per Irene, come da noi, a Genova. C’è notizia di singoli cittadini che si rifiutano di evacuare i loro alloggi a piano alto in condomini apparentemente solidi. Li lasceranno rimanere. C’è un’atmosfera stana in questa Manhattan che si sta svuotando anche di pedoni fin dal tardo pomeriggio. Non si sa cosa possa accadere e una cauta inquietudine, non allarme, sembra prendere piede. Si vedono commercianti che barricano le vetrine con pannelli di legno pesante o applicano nastro adesivo ai vetri. Si vedono auto della polizia ma non in numero maggiore del solito; alcuni ristoranti sono ancora aperti. In mezzo alle alte case intorno a Washington square il vento comincia  a farsi sentire e negli spazi aperti rivela una certa forza.La pioggia arriva al mattino presto di domenica 28, lieve inizialmente poi sempre più a scrosci, con continuità. C’è gente per strada, sulla Quinta e sulla Sesta Avenue, ma è evidente che il tempo sta peggiorando e chi esce torna fradicio. Cominciano ad arrivare notizie di allagamenti poi intorno alle 18 se ne va la luce. La grande città ricorre a pile e candele (preventivamente saccheggiate dai negozi). Con la luce se ne vanno gli impianti di riscaldamento (siamo intorno ai 10°), i cibi surgelati nei freezer, e i computer resistono fino all’esaurimento delle batterie, poi il silenzio e il buio. Resistono i telefoni. Al campus NYU spazzato dal vento, la polizia universitaria dice che è stata danneggiata una centrale elettrica e che la corrente non potrà tornare per diversi giorni: non ci sono stati solo corto circuiti ma si sono rovinate le componenti di accumulo e bisogna sostituirle. E’ pericoloso stare in strada perché cadono alberi, pali e tettoie, anche metalliche. E’ pericoloso circolare quando cala il buio. Ora è tutto chiuso. Tutto invece funziona sopra la 39ma: c’è luce e la città sembra vivere normalmente. Da downtown chi può si trasferisce da amici e parenti ma è difficile trovare taxi in servizio, la concorrenza lungo i marciapiedi per fermarne uno si fa sentire: la gente si piazza prima di te in una lunga catena di mani alzate affidandosi alla rincorsa per conquistare il primo taxi che si ferma. Ma quell’esercizio che di norma dura pochi minuti ora fa passare le mezz’ore mentre la pioggia continua.Ma a parte il disagio pesante del blackout, a Manhattan Sandy non sembra infierire anche per i “sea walls” i costosi argini che ne proteggono i punti deboli (ah, le piccole opere utili…).

Dove la tragedia si consuma è di fronte, lungo la costa del New Jersey e dalla parte opposta, a Queens, aree popolari dove le case sono di legno, le infrastrutture precarie e le coste più basse. Lì, le correnti marine e l’estuario del grande fiume Hudson si coalizzano e invadono gli abitati producendo il disastro che si vede in tv.

Il governatore del New Jersey, Chris Christie, che somiglia più ad un presidente dei camalli genovesi che a un politico, grande fan di Bruce Springsteen, è in movimento, in elicottero e a piedi, si dà un gran da fare ma ha le lacrime agli occhi quando deve fare in tv i primi bilanci tra le rovine di Hoboken, una città dormitorio famosa nelle barzellette per la abbondante presenza di italo-americani.Scatenati gli inviati di tutte le televisioni che danno notizie utili sul momento ma si soffermano eccessivamente sui casi singoli che, nel contesto, non fanno assolutamente notizia. Il tono prevalente è naturalmente la compassione ma anche l’ammirazione per i soccorritori e per i gesti di solidarietà. Normale e comprensibile senonchè con il passare del tempo e dei giorni, con il lento miglioramento della situazione prende piede un trend di notizie sempre meno importanti, sempre più circoscritte ai singoli casi. Si intervistano vecchiette e tabaccai. La notizia non c’è più ma Sandy occupa tutti i canali per tutta una settimana oscurando persino la campagna elettorale. Il paradosso si tocca quando, ormai giovedì, il Weather Channel ricorre al “riassunto dei giorni scorsi” ricominciando da capo. Nel mondo sembra non accadere altro, gli americani sono oscurati da un sistema mediatico implacabilmente conformista che per otto giorni mette al centro di tutto Sandy, tanto quanto anni fa la cantilena delle “weapons of mass destruction” era diventato un mantra da reiterare senza tregua per convincere della necessità di far guerra all’Iraq. Un martello mediatico che non ha eguali, coordinato, sistematico, impressionante, uniforme che isola culturalmente gli americani e fa loro pensare di essere gli unici importanti, il centro del mondo. Se con Katrina, a New Orleans, l’amministrazione Bush aveva clamorosamente toppato sulla mancata prevenzione ed era stato facile additarne le responsabilità in alto, con Sandy non si parla di responsabilità, di cause della fragilità, di infrastrutture inesistenti, di sicurezza del territorio, ma solo di efficienza a posteriori dei soccorsi, del sacrificio dei soccorritori e del carattere solidale e pragmatico della popolazione (tutto innegabile). Le cronache stesse, declinate su quelle note, diventano immediatamente un ode allo spirito americano, ad un’unicità vincente che però non è solo retorica.

A conti fatti ma non ancora completati, risulta infatti che i danni siano stati contenuti da un insieme di fattori di efficienza e di “carattere”: il coordinamento istituzionale, una rapida e accurata condivisione delle informazioni, la rapidità del processo decisionale. La chiusura tempestiva di ponti e tunnel, in particolare, ed il concetto condiviso di “failing safely” (cedimento nella sicurezza), cioè l’accettazione consapevole delle limitazioni preventive (nei trasporti, nelle forniture di servizi) per una maggiore sicurezza e un più veloce ristabilirsi della “normalità”, hanno fatto la differenza con Katrina e con disastri più grandi altrove.

Dopo Sandy, restano le riflessioni sulle possibilità del resto del mondo di far fronte con limitato successo alle calamità in un mondo in cui enormi agglomerati urbani sono molto più vulnerabili di New York; sulla fragilità del nostro mondo tecnologico avanzato a cui basta togliere l’elettricità per farci immediatamente regredire a condizioni di dura sopravvivenza; sulla capacità della nostra civiltà di far fronte a pericoli ben maggiori, tutt’altro che improbabili, come le tempeste solari, capaci di annientare simultaneamente con particelle e campi magnetici i trasformatori di elettricità: l’interruzione di alimentazione farebbe saltare tutte le reti di energia, di comunicazione (satelliti compresi), di trasporto. Un’eventualità che costerebbe “fantastilioni” di dollari e bloccherebbe ogni attività collegata per un numero imprecisato di anni. Ci sono precedenti significativi come nel maggio 1921 in cui una tempesta solare ebbe effetti limitati (sulle linee telegrafiche) solo perché allora si era meno dipendenti dall’elettricità ed i sistemi erano poco interconnessi. Oggi un evento analogo sarebbe devastante e non vi siamo preparati. Bisognerebbe destinarvi altri fantastilioni di dollari, dicono gli esperti. Ma quanto è  interessata l’elite mondiale dei potenti a tali grandi opere utili? Quali opzioni alternative si sono già assicurati i potenti per mantenere il controllo del mondo in presenza di emergenze globali? (F.S. 7.11.2012)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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