Un oltraggio spregevole

Rimosso il pilone votivo in Clarea. Un’ondata di sdegno e commozione investe la Val Susa. Era una sfida spirituale alle ‘forze del male’, il simbolo di un’alleanza per la Terra. E’ stato sfregiato dai poliziotti e dagli operai delle ditte mafiose e gettato in una discarica del cantiere.

 

Ieri, le forze dell’ordine con rinforzo di militari e cingolati con antenna satellitare hanno rimosso il pilone votivo costruito dai valsusini in Val Clarea sull’area del cantiere Ltf e gettato in un angolo di detriti. Dalle foto, sembra anche che almeno una delle immagini sacre riprodotte sui lati sia stata danneggiata.  Tale Vincenzo Russo, operaio delle ditte mafiose impiegate al cantiere, si fa fotografare vicino al trofeo violentato e pubblica le immagini sulla sua pagina Facebook.

Il pilone, decorato da due donne di S. Antonino con le immagini di San Michele, Maria Maddalena, la Madonna del Rocciamelone e San Francesco era stato eretto non solo per i credenti ma per tutti coloro per cui la spiritualità è un valore importante nello spietato mondo contemporaneo. Era stato consacrato ma il Vescovo Nosiglia non l’aveva mai neanche considerato malgrado le ripetute richieste dei valsusini, un Vescovo che si è totalmente allineato alle ‘forze del male’, come le aveva definite Ceronetti , che mirano alla distruzione del mondo per il profitto. I Cattolici per la Vita della Valle  l’avevano detto: chi violerà questo segno di spiritualità ne risponderà nella prossima vita e brucerà all’inferno. C’è da sperarlo. Maverick non è un credente ma vive questo ennesimo sfregio alla sensibilità dei valsusini come un atto spregevole, una pura e semplice offesa, una delle tante in venti anni di attacco alla Valle, perpetrata per mortificare lo spirito della collettività. I valsusini dovranno ancora soffrire molto per mano della cricca di affaristi che vuole il Tav ma c’è da augurarsi che le forze spirituali della terra violata ora in qualche modo dicano la loro.(F.S. 9.8.2012)

 

La forza dei simboli, l’arroganza del Potere

 di Massimo Bonato

Ho ripensato alla statua di Lenin abbandonata in un magazzino vuoto, forse un posteggio coperto di Soroca, nella Moldova di una quindicina d’anni fa, in cui le automobili si contavano ancora sulle dita. Mi aveva turbato la sua solitudine, come fosse cosa viva e lasciata in disparte; non fatta a pezzi e demolita sotto il maglio della rivalsa, divelta e atterrata nella foga della rabbia, ma semplicemente spostata. La Storia aveva spostato un regime, forse con minore fragore che altrove, con una eco meno enfatica, ma ora quella statua proprio dov’era non poteva rimanere. La Storia, e in un certo qual modo il popolo, avevano deciso diversamente, imponendosi sul passato, e il passato diventava ipso facto memoria museale.  Ho visto le fotografie che testimoniano l’operazione effettuata da Vincenzo Russo l’8 agosto: il pilone votivo in val Clarea senza immagini, snudato e imbragato, l’operaio al suo fianco in posa come il cacciatore accanto all’elefante accasciato sotto i colpi del suo personale safari. Era stato collocato da cristiani e laici la primavera del 2011 in val Clarea come luogo di incontro e di raccoglimento, un simbolo anch’esso della lotta NoTav, e già, sin dal febbraio di quest’anno, costretto entro le recinzioni che si erano spostate via via inglobandolo in quella terra di nessuno. Anche questo simbolo è stato spostato, divelto e spostato. Ma non è stata la Storia a spostarlo.

A ben vedere la posizione dove era collocato non pregiudicava le operazioni del non-cantiere, né poteva fornire una preoccupazione dal punto di vista del controllo militare. È stato spostato dalla volontà di colpire un simbolo di unità. Di piloni votivi se ne incontrano ogni dove, e la sensibilità che fa sorgere un interesse o rende attrattivo uno di essi dipende dalla religiosità di ciascuno, sicché il laico o l’ateo, il non cattolico può anche passarvi accanto senza quasi notarli. Ma questo pilone votivo aveva, ha, precisi riferimenti culturali che non possono lasciare indifferenti quanti l’hanno avvicinato, o l’hanno osservato anche solo da lontano, poggiato sul clive come una sentinella.

Alla guerra dichiarata alla terra si aggiunge la guerra di simboli, poiché appunto non rappresentava soltanto quel pilone un’occasione di raccoglimento e di preghiera per i credenti, ma l’unità stessa di un popolo che si raduna sotto la bandiera della lotta, poliedrico e multiforme. Un’unità che sgomita per trovare l’equilibrio e l’armonia, come è giusto che sia quando le differenze sono anche profonde; ma un’unità entro la quale le differenze, più che dividere, uniscono: e questo pilone rappresentava, rappresenta proprio questo.

Non è la Storia ad aver spostato, divelto e spostato questo pilone votivo: è l’arroganza del Potere che crede di tutto potere; la sufficienza dell’interesse senza scrupoli; la miopia di chi accetta supinamente un ordine, giustificandolo come atto ordinario di un ordinario lavoro, degradando in tal modo il senso stesso del “lavoro”. E parole come meschinità e infamia non si possono scrivere con l’iniziale maiuscola. Chi dichiara guerra ai simboli però dovrebbe sapere che, in quanto simboli, rimangono fantasmatici e sopravvivono alla concretezza di una rappresentazione fisica; persistono e si rafforzano. (M.B.9.8.2012)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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