Movida: l’abitudine dei politici a non pensare

Per sistemare la movida ci vogliono idee e la volontà di limitare la speculazione edilizia. Due cose che l’amministrazione torinese non ha.

 Non è più solo una banalità dire che la classe dirigente torinese è incapace di governare la città. Per non andare troppo indietro, Chiamparino ha lasciato il debito pubblico che sappiamo per compiacere gli amici costruttori e non stiamo a rimuginare sui patti più o meno trasparenti con Fiat, Confindustria e banche, tanto per rimanere sul ‘grande’, e per non parlare di Tav e inceneritore. Ma neanche sul piccolo ha brillato. Parliamo di musica e movida per esempio, un problema ereditato dalle giunte Castellani, che malgrado lo sforzo delle menti più valide (si fa per dire) a disposizione, non sembra a tutt’oggi risolto. Di musica, delle lobbies di peones che hanno colonizzato la scena torinese, abbiamo già parlato in passato come abbiamo già accennato al sistema di ‘sponsorizzazioni’ farlocche, sostanzialmente dei contributi di enti partecipati o collegati per varie vie al sistema politico locale che hanno tenuto in vita le grandi manifestazioni gratuite dell’estate . C’è poco da meravigliarsi se oggi, diminuiti i soldi pubblici, si rischiano cancellazioni di eventi,  ‘eccellenti’ soltanto per i bilanci delle associazioni che se le inventavano e le gestivano (d’estate in un bel parco, se ci mettessimo a suonare gratuitamente io e chiunque di voi lettori troveremmo diverse decine di persone ad ascoltare e magari anche qualcuno disposto ad applaudire ma questo naturalmente non significherebbe che siamo bravi né validi…). Del resto, i politici, animali tradizionali da salotto e non ferrati in materie giovanili, non potevano evitare di affidare la gestione degli eventi musicali a clientes di fiducia.

La questione della movida prende spunto più o meno dalle stesse esigenze: in una città con una comunità di giovani ‘impresari’ cresciuti sulla domanda pressante di entertainment ed educati ad operare quasi esclusivamente con contributi pubblici, si volle affidare ad una stringa di ‘amici’ la zona dei Murazzi per creare ed incanalare la movida notturna sull’entusiasmante modello spagnolo. Si stabilirono finti affitti e condizioni di comodo che risultarono sempre più stretti alle due parti con il crescere di problemi (gestioni allegre, malavita, chiasso, ecc.) che si erano trascurati. L’attualità è nota: migliaia di ragazzi si riversano sia nell’area di piazza Vittorio sia nel quadrilatero romano (un po’ più fighetta e un po’ in declino per i prezzi ‘trendy’), bloccano strade, parcheggi, viabilità, schiamazzano e rompono le scatole in tutti i modi ai residenti. L’amministrazione le ha provate tutte senza risolvere, ora è la volta della ‘patente a punti’, ennesima idiozia che, insieme alle recenti limitazioni di chiusura e mescita, pretende di limitare quanto si è scatenato senza criteri in partenza. Tutto quanto previsto dalla ‘patente’ è già visto e sperimentato: ulteriori restrizioni di orario, niente vetri, contenitori per rifiuti, ‘addetto all’assistenza alla clientela’ cioè buttafuori, insonorizzazioni; da parte del Comune ‘servizi sulle auto in sosta e controllo stradale, pre-test alcolici: cioè multe. Dove sta la novità?

Il problema è ‘in nuce’: la convivenza nella stessa area urbana, già sovrappopolata, di due anime che per ovvie e legittime ragioni non possono riuscirci e non possono ragionevolmente rendere compatibili le reciproche esigenze malgrado appelli alla tolleranza di facciata. C’è poco da tollerare se non riesci a dormire, a parcheggiare l’auto, a dribblare sporcizie varie e ubriachi fastidiosi; e c’è poco da tollerare se il divertimento di una sera ed i volumi della musica devono venire fiaccati da regole tardive ed estranee ai codici correnti della movida. Che sicuramente ha assunto connotati beceri e volgari ma quella si è voluto e quella adesso c’è. Anche le ramblas erano una festa prima di diventare pericolose. C’è anche il problema dei gestori, prima favoriti per via clientelare poi puniti a raffica per gli eccessi dovuti al cumulo delle cause. E allora mi chiedo se la soluzione più logica non sarebbe quella di trovare una sistemazione geografica diversa per i riti del divertimento, individuando nella città un’area (o più) non destinata ad abitazione dove rilocare e concentrare club, negozi, ristoranti, birrerie, uffici, servizi, ecc. Non ghetto ma area servita, invitante e ben accessibile. Una piccola downtown dedicata all’entertainment libera da residenti permanenti. Lo fanno in tante città del mondo occidentale e le cose funzionano, sia per i locali che avrebbero anche più facilità logistica durante il giorno, sia per il pubblico che verrebbe solo limitato dalle norme ordinarie. Torino è in trasformazione urbanistica? Si trovi una sistemazione per la movida a discapito dei regali alla speculazione edilizia. (F.S. 30.5.2012)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

One Response to Movida: l’abitudine dei politici a non pensare

  1. Fabrizio says:

    Bei tempi quando Torino era una città operaia, c’erano tante fabbriche attive, c’era lavoro e non tanti giovani sfaccendati come oggi, si andava a letto presto alla sera e non si sapeva neanche cosa fosse la movida! E poi c’era il P.C.I…. (http://www.youtube.com/watch?v=hAXoGxLx6yk):Bandiera Rossa.

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