Il Grinta (True Grit, 2010)

Dir. J. e E. Cohen

Con J. Bridges, M. Damon, J. Brolin,

Quando sentite o leggete frasi del tipo ‘Il Western è morto’, non credeteci! E’ un vezzo di critici radical chic da salotto, di quelli che amano discettare su contorsioni tipo ‘… è vivo perché è morto ma è morto perché è vivo…’, buone per le marchette sui loro giornali. Per gli altri, è un problema di ignoranza: non sanno che nel 1985 c’è stato Lonesome Dove che ha suscitato entusiasmi da culto per aver introdotto un nuovo realismo e aver rinnovato il genere cinematografico, non sanno che negli Usa il flusso di produzioni western per cinema e tv non si è mai fermato, non sanno che la cultura western è fondante per tutta la cultura americana, che è vivissima perché lo è  la way of life da cui trae valori, insegnamenti e anche, perché no, clichè e stereotipi di cui si nutre la popular culture. Perché, dispiacerà saperlo ai sinistrorsi,  i cowboys esistono ancora: sono lavoratori dei ranch, anche ‘precari’, alimentano l’industria del rodeo, professionista o meno, che negli USA interessa a un pubblico di 30 milioni, sono anche artisti, cantautori, scrittori, poeti che traducono in immagini, note  e parole le storie delle loro vite. E’ gente che conduce vite dure, gente semplice che segue comportamenti originati dal buon senso comune di ogni epoca, perfettamente compenetrata per gesti e pensiero nell’ambiente naturale da cui trae sostentamento e ispirazione. Gente spesso di poche parole (meglio ascoltare che parlare…) e schiva come il Charles Portis che ha scritto il romanzo da cui Marguerite Roberts ricavò la sceneggiatura del primo True Grit di Henry Hathaway. L’America è piena di Charles Portis e di autori come lui che quando vengono scoperti in Italia sembrano esemplari unici. Sono quasi tutti rappresentati nella Western Writers of America (WWA) che ogni anno premia i  migliori e li celebra in posti come la National Cowboy and Western Heritage Hall of Fame a Oklahoma City.

Gli editori italiani tendono a  scoprire autori che si muovono ai margini della cultura western, tipo Cormack McCarthy di cui si è fatto un culto, perché, come per la country music, western è cool se non lo è appieno. Così ci vogliono gli iconoclasti Coen (e i budget pubblicitari di Medusa) per attirare l’attenzione su questo remake.  Per commentarlo me la sbrigherei con poco: grande storia, grande fotografia e riprese (quando i protagonisti guadano un fiume la camera è su un cavallo e dà l’impressione a chi guarda di essere lì nell’acqua con loro), bellissimi cavalli (uno degli elementi base con cui giudicare un film western moderno), protagonisti assolutamente inadeguati: Rooster Cogburn, in primis, è un Giuliano Ferrara straccione, troppo grasso e goffo per fare il cacciatore di uomini, con carisma nullo se confrontato con il John Wayne dell’originale, e con una recitazione sopra le righe (almeno a giudicare dal doppiaggio italiano); il LaBoeuf di Matt Damon non ha niente del Texas Ranger, sembra più un nobilotto inglese che si trova nel West per caso (per la verità anche il Glen Campbell della prima versione non convinceva in quella parte ma almeno non sfiorava la caricatura). Più riusciti gli altri due, una Hailee Steinfeld brava che ha capito il suo personaggio ed un naturale Josh Brolin nella parte del cattivo, ma un po’ balengo, Chaney. A differenza dei critici nostrani che quando si tratta di western devono sempre cercare ‘la condanna ideologica’ della storia americana (chissà perché non negli altri generi…) e ne fanno rilevare ‘la vera natura violenta e sopraffattrice’ tanto per fissare paletti con luoghi comuni, la mia impressione è che invece i Coen non abbiano travisato significato e valori del genere: il bene e il male hanno confini anche dentro di noi e il bene può prevalere grazie ad elementi come amicizia, rispetto, coraggio, tenacia, valore della parola data. Insomma, anche noi comuni mortali possiamo essere eroi senza essere finti e gli eroi finti servono per aiutarci a trovare il buono in noi stessi. (F.S. 5.3.2011)

Annunci

Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

One Response to Il Grinta (True Grit, 2010)

  1. Ruggero says:

    Purtroppo non ho ancora visto il film, ma anche il trailer con il realismo delle armi e dei costumi, mi è sembrato almeno invitante…
    E’ vero ! Il western non è morto nel cinema,ma di fatto è stato assassinato qui in Italia, che, potrà sembrare strano, ma è la vera patria di quel tipo di genere che ancora oggi offre pellicole al cinema usa. Si perchè Sergio Leone “invento'” un genere tanto forte, realistico e d’impatto che furono proprio i registi americani a stupirsi di come un italiano aveva saputo insegnare loro come si fanno i film di cowboys !.
    In Italia invece la critica ed il mercato ammazzano il western anche e contro una presunta invendibilità del genere. E cosi’ LOnesome Dove fa un passaggio televisivo ma non viene mai prodotto in DVD doppiato in Italiano (all’estero lo si trova in Francese e Tedesco !!!) .
    In Italia passano sotto silenzio Appaloosa o il remake di “Quel treno per Yuma” (che forse viene distribuito piu’ per la presenza del “Gladiatore” Russel Crow…
    Perchè ?
    In sostanza c’e’ un bacino di cinema e telefilm televisivi di buon aqualità negli USA dal quale pero’ non si attinge piu’ per la distribuzione cinematografica italiana..ed è un peccato perchè, aldilà della retorica revisionista , l afigura del cowboy non è politicamente schierabile anzi, è forse quella piu’ politically correct che si possa immaginare.
    L’uomo che lotta contro un ambiente ostile, contro la parte piu’ selvaggia della natura, per fare un lavoro umile e per difendere i suoi principi in un Paese senza legge : se mi fermo qui potrebbe essere la storia di un operaio della Russia zarista che lotta fra le file dei rivoluzionari del 1917..e non un american cowboy reaganiano!
    La critica italiana è stata solo capacedi identificare il cowboy come l’uomo bianco che ha ucciso il pellerossa… dimenticando che la grande Inghilterra Vittoriana ha costruito il Commonwealth su conquiste coloniali con altrettanta cinica voontà genocida nei confronti di popoli africani, asiatici, orientali etc… Pero’ questo revisionismo cinematografico resta solo appannaggio della criica contro i film made in USA e con i cowboy USA intenti , indossando la divisa blu’ , a uccidere pellerossa che dovevano simboleggiare ora i nord vietnamiti, ora gli iraqueni…
    Eppure l’epoepa del west è quanto di piu’ affascinante e trasversale , policulturale e immaginifico si possa pensare. Il cowboy è un eroe semplice che vive secondo un codice che non è scritto nei libri di Legge,ma che è basato sul senso di giustizia e di uguaglianza nel poter concedere a tutti una chance per essere artefici delproprio destino. “Dio creo’ gli uomini diversi, ma Samuel Colt li rese uguali” : questa è l’essenza del west : un mondo in cui anche al debole era data la possibilità di combattere la sopraffazione .
    Certo non è auspicabile cheun mondo cosi’ ritorni . Per carità. Ma è l’essenza di un auguaglianza sociale, della dignità del lavoro duro cheproduce risultati, della sfida dell’uomo ch elotta con la natura ,ma ci vive dentro …questi sono gli apsetti positivi del film western che nessun critico (italiano) ha il coraggio di riscoprire .
    Morale della favola il genere western di Sergio Leone non trova sbocchi in Italia.
    Quindi ogni volta che arriva un film con cavalli, lassos e pistole per gli appassionati italiani è un evento , una sorta di miracolo cinematografico .
    Fu cosi’ con Open Range.
    Il western è un genere cinematografico che non morirà mai davvero perchè contine l’essenza catartica dell’eroe solitario e giusto. Dell’uomo che affronta il pericolo e vince, lottando anche contro sè stesso.. Dalla disperazione al riscatto della propria dignità
    .Il western è oggi, forse, quanto di piu’ simile si possa trovare confrontabile con le tragedie greche o shackesperiane; fa parte della natura umana come lo fanno i sentimenti che tratta:odio, amore, speranza, disperazione, paura , coraggio , sogni ….
    Chi ci vede solo violenza , politica o meno non dovrebbe fare il critico cinematografico ..perchè per giudicare unfilm bisognerebbe saper vedere, non solo guardare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...