La Fiom e un nuovo fronte sociale

  Con la grande manifestazione di venerdì, la FIOM si propone come guida di un’opposizione sociale alle tendenze globalizzatrici dominanti. Dietro gli striscioni dei metalmeccanici sono sfilati tanti soggetti politici che da soli hanno difficoltà a coagulare: studenti, precari, ambientalisti, No Tav, antagonisti, sinistra extraparlamentare, sindacati di base. Certo, è stata una manifestazione politica, come viene rinfacciato dai partiti e dall’establishment cittadino, non sindacale: ma le questioni in ballo sono totalmente politiche: i diritti del lavoro, il futuro economico di Torino e del paese, il modello di sviluppo. Su questi temi, tutti fanno politica, anche FIM e UILM, anche la Confindustria. Qual è il problema? Chi fa di meno è invece la CGIL, gigante burocratico che da lustri non si dedica ai grandi temi della società, impegnata com’è a vivacchiare, autoconservarsi e a non infrangere equilibri interni consolidati, anzi cementati: resiste alle sollecitazioni per uno sciopero generale, non sostiene adeguatamente lo sciopero metalmeccanico (poco più che delegati in permesso sindacale al corteo) esclude dal palco (a Torino) i sindacati di base. Non che non ci siano critiche alla stessa FIOM: cosa ha fatto in questi anni per evitare o prevenire la situazione attuale? A quanti richiami dal sociale è stata sorda? Nel giorno in cui Airaudo nega la propria faccia a Sinistra& Libertà, lista di servizio del PD, chi lavora per affermare nuove frontiere della politica si rallegra di un fronte sociale che sembra prendere forma. (F.S. 29.1.2010)

Annunci

Rinasce Lotta Continua!

E’ una notizia che lascerà molti sbigottiti: la più importante organizzazione extraparlamentare degli anni ’70, scioltasi nel 1976 a seguito dell’abbandono del gruppo dirigente per seguire il richiamo di più sicure carriere, rinasce a Torino sull’onda della recente conflittualità operaia di Mirafiori. Poco se ne sa ancora se non che gli attuali esponenti sembrano appartenere alla generazione seguente lo scioglimento e che hanno recuperato logo, ideali e pratica politica (ai cancelli Fiat per promuovere l’unità studenti-operai) dell’organizzazione originale. Si riveleranno pienamente durante lo sciopero del 28 Gennaio come L.C. sezione Tonino Miccichè, richiamandosi al giovane operaio ucciso da una guardia giurata durante l’occupazione delle case alla Falchera nel 1975. Un nome che a Torino, in particolare nella sinistra di allora, suscita emozione, affetto ed è esempio di coerenza.

Da qualche anno a Roma è attiva un’Associazione intitolata a LC che opera nel campo della documentazione sugli anni ’70, di vago indirizzo vendoliano. Ora il cerchio spezzato nel passato sembra ricomporsi e siamo sicuri che molti guarderanno con curiosità al disvelarsi  di questa nuova presenza politica. Si vedrà se sarà coerente con il  nome che porta o se tutto si rivelerà come un espediente mediatico, sicuramente il primo in assoluto in un ambito di sinistra estrema. (F.S.)

Buddy Guy

Living Proof

Silvertone, 2010

Living Proof  è il ventiseiesimo disco in studio di Buddy Guy, celeberrimo chitarrista blue che dalla fine degli anni ’50 ad oggi ha tracciato uno dei più personali e condivisi percorsi musicali di questo genere. Ancora una volta l’ etichetta è quella Silvertone Records che ha seguito tutto il cammino del rilancio commerciale di Buddy Guy dal 1991 in poi, e cioè proprio dal disco che segnò il grande ritorno sulle scene del chitarrista, quel Damn Right, I’ ve Got the Blues con cui Guy si ripresentò anche al pubblico esterno al blues grazie alla partecipazione di colossi del rock quali Jeff Beck, Mark Knopfler ed Eric Clapton. Nei vent’ anni passati dall’ uscita di Damn right.. la discografia di Buddy Guy è passata un poco attraverso tutto, dai suoni hard di Feels Like Rain (1993) a quelli punk – blues di Sweet Tea  (2001), dalle suggestioni acustiche di Blues Singer (2003) ai toni dell’ America obamiana di Skin Deep, uscito nel 2008 pochi mesi prima delle elezioni. Lavori usciti con una regolarità impressionante. Se guardiamo infatti le date della discografia completa vediamo che la distanza tra le singole uscite è sempre di due, massimo tre anni. Living Proof  ci riporta un poco verso i suoni di Feels Like Rain, anche se i toni generali, dato anche il medesimo produttore Tom Hambridge, ricordano un poco quelli di Skin Deep.

Dodici sono le tracce di questo disco, dodici canzoni che attraversano tutti gli stili della musica di Buddy Guy, dai brani ad alta energia alle ballate pop – gospel, passando ovviamente per i blues più tradizionalmente intesi. Tra i brani da ricordare 74 Years Old  (una splendida “dichiarazione d’ intenti”), i due duetti Stay Around a Little Longer (con B. B. King) e Where the Blues Begins (con Santana), e infine Everybody’ s Got To Go, il pezzo da cui forse più che in ogni altro traspare l’emozione per la scomparsa del fratello Phil avvenuta nell’ agosto del 2008. Tra i musicisti oltre a quelle degli ospiti spiccano le presenze alle tastiere di Reese Wynans, già Band cui è arrivato dopo una lunga permanenza nei gruppi di Phil Guy ed Otis Rush. Tra le voci del coro bisogna poi ricordare quella di Bekka Bramlett, illustre figlia d’ arte (Delaney & Bonnie Bramlett), voci illustri del rock degli anni ’70 (ricordate il primo album solo di Eric Clapton, quello con la versione originale di After Midnight, tanto per citare uno dei dischi storici in cui possiamo ascoltarli?).

Living Proof è un album che potrebbe segnare già in partenza un primato, ovvero quello di essere il primo concept album del blues. Pare infatti fosse stato inizialmente pensato come una storia unica, una specie di autobiografia di Buddy Guy dai suoi inizi in Louisiana col fratello Phil fino ad oggi. La produzione è poi stata leggermente modificata in corso d’ opera.

Buon ascolto quindi con Buddy Guy ed il suo Living Proof, un disco uscito da pochi mesi e che quasi certamente farà parlare di sé ai prossimi Blues Grammy Awards…

(Dario ‘Mr. Blues’ Lombardo)

Perchè Gabrielle Giffords?

Se fossi Fox Mulder andrei a curiosare nelle pieghe della sparatoria di Tucson che ha fatto otto vittime e quasi ammazzato la parlamentare Gabrielle Giffords, obiettivo primario dell’attentatore. Perché sovente la verità, come diceva Poirot, è chiara davanti agli occhi e basta saperla vedere dietro un velo di false o facili evidenze. Perché certamente l’avventata target list di Sarah Palin e l’aggressività dei Tea Parties hanno avuto un peso nell’eccitare l’opinione pubblica conservatrice ma la posizione e gli incarichi della Giffords saltano subito all’occhio dell’osservatore attento e potrebbero suggerire ipotesi di altro indirizzo. La Giffords è membro delle commissioni della Difesa e della Scienza e Tecnologia, presiede il sottocomitato della Camera sui viaggi nello spazio oltre a essere moglie dell’astronauta Mark Kelly: una posizione-chiave di controllo su spese e programmi di settori che vedono transitare finanziamenti ‘neri’ (fino a oltre cinque volte il budget ufficiale del Pentagono come lasciò trasparire  alla House Appropriations Committe Donald Rumsfeld poco dopo il suo insediamento come Segretario della Difesa nel 2001) * alle corporazioni dell’industria aerospaziale (Northrup, Lockeed, ecc.) per lo sviluppo di progetti speciali top secret (SAP – Special Access Programs), non riconosciuti, nel campo delle propulsioni, della produzione di nuove energie, delle armi spaziali (SDI e collegate). Anche la NASA ha una porzione di attività ‘non ufficiali’ sottoposte al segreto militare che gestisce le informazioni provenienti dalla stazione spaziale, dalle varie sonde, dai telescopi, dai satelliti, dalle missioni astronautiche e naturalmente ha un’ampia interazione con le corporazioni del settore ed una miriade di laboratori privati di analisi, tutti sottoposti al segreto ed al più alto livello di ‘need to know’. Inoltre la Giffords, pur essendo una democratica conservatrice (Blue Dog) è proprio una sostenitrice della ricerca sulle energie alternative al petrolio e dell’indipendenza energetica e quindi sicuramente  disponibile a dare seguito ad eventuali sollecitazioni di informazioni sullo stato delle ricerche; informazioni che molto sovente vengono negate persino all’autorità politica.

Per questo intreccio di ragioni, se fossi Fox Mulder vorrei investigare sulle scadenze delle varie Commissioni presiedute o partecipate dalla Giffords, sulle recenti decisioni assunte dalle stesse o magari su recenti prese di posizione della parlamentare, magari quelle in sintonia con altri esponenti dell’Amministrazione (es. Bill Richardson, John Podesta, lo stesso Presidente) che si sa essere sensibili a quegli argomenti. (F.S.)

* Per la precisione Rumsfeld dichiarò 2.6 triliardi di dollari di ‘soldi mancanti’, poi ridotti dopo varie verifiche a diverse centinaia di triliardi di dollari. Una cifra fuori da ogni buon senso di cui si era persa traccia.          (v.  Lost Spendings, American Forces Press Service, 20/2/2002, www.defense.gov/news/newsarticle.aspx?id=43927)

Quando si muovono gli operai

Chi come me avesse memoria degli anni ’70, ieri (mercoledì 12) avrà provato un brivido, di emozione o di inquietudine (a seconda della propria posizione sociale) nel vedere formarsi e partire il corteo della FIOM da piazza Statuto, a poche centinaia di metri dalla sede, ora trasferita, della UIL assalita nel 1962 da una moltitudine operaia inferocita per un accordo separato, come oggi: due quadrati compatti, due muri umani, massicci, determinati, si muovevano lenti dietro gli striscioni di Mirafiori riempiendo in larghezza la via Garibaldi man mano che la gente si aggiungeva alle loro spalle. La leggera tensione legata alle aspettative della manifestazione e ad una presenza di polizia che qualcuno giudicava un po’ troppo a ridosso dei presenti si dissolveva non appena ci si rendeva conto che tutto andava per il meglio. Una folla di fotografi e operatori aspettava i protagonisti dell’orgoglio FIOM, Airaudo e Landini; alcuni si arrampicavano sui semafori per prendere immagini che nei notiziari della serata avrebbero occupato lo spazio di pochi secondi perché inglobate in servizi ‘obiettivi’ che mostravano anche le due/trecento presenze all’assemblea dei Sì all’accordo e qualche infervorata discussione alle porte della fabbrica. Un’equidistanza di facciata per non dispiacere alla Casta locale pronunciatasi per il Sì complice, per non spezzare alleanze e meccanismi di  intesa costruiti in anni di assenza di classe operaia.

Dietro a Mirafiori, alcune rappresentanze di fabbriche della provincia, una nutrita delegazione dalla Valsusa No Tav a sottolineare un’unità raggiunta in anni di ‘comune sentire’ e di reciproco sostegno, una folta area antagonista, popolo viola e 5 Stelle, le immancabili delegazioni dei partitini della galassia della sinistra, Cobas e Cub. Si facevano vedere persino alcune bandiere IDV e l’Assessore-candidato Tricarico del PD in splendido isolamento e in cerca di popolarità personale malgrado le posizioni del suo Partito. Assente clamoroso il nuovo movimento degli studenti, una bella gaffe politica dopo le grandi mobilitazioni recenti, un’occasione importante persa per riunire su qualcosa di cruciale padri e figli e saldare un fronte di protesta che avrebbe potuto essere preoccupante per la controparte.

Le valutazioni della Questura (5000) stridono con la realtà perché quando la testa del corteo entrava in piazza Castello la coda era partita da poco in una via di circa un Km. Azzarderei quindi un 20.000 persone che sfilando presso il Municipio hanno dato a Chiamparino una misura approssimativa per difetto dei voti che il PD ha perso per le sue dichiarazioni di voto. Tutto ora è affidato alle urne di Mirafiori. (F.S.)

Un Partito allo sbando

L’impressione è che si diano martellate sui piedi e che neanche se ne accorgano. Se dall’interno giungono voci di confusione, chi sta fuori vede i giornali e, se ancora si fa qualche illusione, trasecola. Le dichiarazioni di Chiamparino e Fassino a favore del Sì all’accordo Fiat saranno probabilmente un ulteriore colpo di scure a quanto rimane delle radici popolari del PD. Con quella doppia dichiarazione probabilmente il PD si è assicurato la perdita dei voti operai che, per quanto annacquati dalla Lega, resistevano in misura appena sufficiente a tenere a galla le truppe usurate dei Democratici.

Ora chi rimarrà a presidiare il forte? Tanta acqua è passata dal 1975 quando il PCI prese le redini degli enti locali. Ne è passata così tanta che le bandiere si sono scolorite, che i nuovi amministratori, per poter governare, hanno iniziato un processo di assimilazione ai poteri economici di città e regione, si sono lentamente ma inesorabilmente trasformati in Partito della middle class ‘progressista’( in restrizione) e  delle aree sociali ‘colte’ (salotti e università), in Partito di amministratori. La trasformazione degli ex comunisti in classe di potere che, già egemone nel mondo culturale, consolida il rapporto con la grande imprenditoria  tramite l’organizzazione delle Olimpiadi invernali fa sì che il personale politico e gli ex  quadri comunisti si identifichino con i progetti di ‘sviluppo’ della FIAT, della Confindustria e persino dei grandi costruttori come Ligresti che addirittura ottiene dal Sindaco Chiamparino , grazie ad artifizi procedurali ed in nome di una rapporto di scambio di favori, un’area verde sui confini nord tra Torino e Borgaro e (vi ricordate?) una velleitaria laurea ad honorem (subito disconosciuta dal Ministro della P.I. Mussi) per la figlia. E’ un episodio emblematico e significativo che precede di poco gli intrallazzi del Sindaco con i banchieri e che porta direttamente all’oggi. Un oggi che vede lotte tra cacicchi e correnti, un vuoto di linea politica, di valori, un riformismo che non riforma proprio niente ma si identifica con le richieste dei developers: cemento, TangEst, inceneritori, Tav; un oggi fatto di isolamento politico, su cui pesano gli attacchi verbali a chi contesta gli ospiti del Festival del Partito, agli studenti, ai centri sociali, ai No Tav della Valsusa, ai viola, ai grillini, un po’ a tutti quelli che hanno qualcosa da ridire. E’ un Partito di amministratori che se non amministrano perdono ragione di esistere.  Chi vota ancora PD? Alcune elite culturali e le loro appendici clientelari nel sistema pubblico; nelle parole di Marco Revelli, ‘…l’estremo residuo della vecchia base del PCI passata attraverso tutte le metamorfosi seguite alla Bolognina lungo la trafila che dalla Cosa Uno e Due va al PDS, ai DS e infine al PD, sublimando di tappa in tappa la propria appartenenza…in fedeltà alle persone, agli antichi compagni sopravvissuti ‘in alto’, in questa o quella istituzione, in questa o quell’ansa del nuovo Partito. Gli ‘amici del Sindaco’ o dei numerosi capi-corrente del puzzle ‘democratico’…le filiere corte delle fedeltà e delle dipendenze. Le cerchie, ‘i giri’…che compongono la stratificazione sedimentata di tutti i patti elettorali dell’ultimo ventennio,…le gerarchie e le lealtà, i giochi di scambio e le relazioni di clientela ma anche con i residui di memoria, le risorse di fiducia, gli automatismi di esauste militanze…’. Da questi giorni probabilmente viene a mancare quel che resta della classe operaia cosciente. Se vinceranno ancora il Sindaco sarà solo perché dall’altra parte c’è il nulla ma all’orizzonte non si vede più niente.  Forse ha ragione Grillo: sono già spacciati. (F.S.)

Nick Tosches. Con Me all’Inferno (Hellfire). Una biografia di Jerry Lee Lewis

Ed. ALET 2010

Le pose di Elvis sul palco erano moderate rispetto a quelle di Jerry Lee.

L’edonismo di Elvis risiedeva primariamente nella sua musica. Quello di Jerry Lee avviluppava anche il suo stile di vita.

Elvis confinava al palco i suoi movimenti sensuali e manteneva i suoi appetiti nel  privato mentre le ‘indiscrezioni’ di JerryLee erano sempre argomento da prima pagina.

Nel caso di Jerry Lee, musica e uomo pubblico sembravano la stessa cosa e Lewis sbandava continuamente tra salvezza e dannazione…

(Bill C. Malone – storico della country music)

 Io dovrei rigettare ogni cosa che riguardi Jerry Lee Lewis perché mi ha stroncato sul nascere una carriera da promoter musicale: nel 1991 lo avevo scritturato per uno show al festival country Pickin’ in quel di Torino, la prevendita era andata molto bene e mi aspettavo il sold out del Palasport; avevo inviato a Linate ad attenderlo una troupe con auto americane vintage per offrirgli una parata trionfale nelle vie del centro cittadino. Lui non arrivò e solo alla sera il suo manager italo-americano telefonò per avvertire che ‘il Killer non era partito per un’infezione alle vie uditive che gli impediva di volare’, la più classica delle false giustificazioni. Così, ad anticipi già pagati, si cancellavano la mia e altre date europee (Parigi e Atene). Avrei dovuto sapere che Jerry Lee era un musicista a forte rischio di no-show malgrado le garanzie contrattuali; avrei forse dovuto leggere allora questo libro di Nick Tosches del 1982, ma pubblicato solo quest’anno in Italia, che offre una visuale completa del personaggio, dei suoi successi artistici e dei suoi limiti personali nei suoi primi 40 anni, fino al 1982. E lo fa ottimamente dipingendo con realismo ed efficacia straordinari prima l’ambiente socio-culturale d’origine, quello dei bianchi poveri del Sud, e della sua famiglia fin dall’arrivo nel Nuovo Continente dal Galles  nel 1785 (‘i Lewis…bevitori scatenati. E inveterati giocatori d’azzardo…Proprio dei gran casinisti…’); poi i pesanti condizionamenti religiosi del rito

Pentecostale abbracciato da tutta la famiglia (un cugino primo, Jimmy Swaggart fa carriera come predicatore) che determinano un’atmosfera greve, di peccato, ossessioni, e di disperata, costante ricerca di irraggiungibile redenzione. Il Jerry Lee di Tosches lo riconosciamo: una vita di eccessi da povero-arricchito, un ego smisurato, un carattere impossibile ma un musicista geniale ed un performer senza eguali sul palco. Un percorso artistico che casualmente si incrocia con quel breve fenomeno passeggero chiamato rock&roll e che invece parte dal gospel bianco, dal country e su questi innesta la ritmica e le sonorità dei neri con cui ogni bianco del Sud  degli anni ’40-‘50 ha un rapporto ambivalente: di diffidenza, di superiorità razzista ed allo stesso tempo di attrazione inconscia, di curiosità. Memorabile il racconto del suo primo (ed ultimo) show all’Apollo Theatre di New York nel 1958 quando, non ancora al culmine del successo, risentito per essere stato piazzato da Alan Freed prima di Chuck Berry, scatena la platea, conclude dando fuoco al pianoforte ed esce nel tripudio generale incrociando Berry nel backstage a cui con voluta indifferenza dice ‘Tocca a te, negro.’

Un cumulo di aggressività repressa nel suo ambiente famigliare white trash affiora fin dai primi tempi del successo e lo accompagnerà tutta la vita: deve essere il primo e il migliore, lui contro tutti: contro Elvis, contro i colleghi, contro il pubblico che gli va bene solo quando lo adora e in definitiva contro le sue origini, la legge e se stesso. Solo quattro sono i suoi idoli dichiarati: Al Jolson (autore e interprete di blackface minstrels music), Jimmy Rodgers (la prima superstar country negli anni 20-30), Hank Williams e lui stesso. Ma si dimentica il whiskey e le armi da fuoco.

Chi è interessato all’ambiente musicale dell’epoca si troverà immerso nel mondo della discografia, dei manager, delle radio, degli honky tonks del sudovest, un mondo in cui il Killer (soprannome guadagnato per aver gettato la petulante sorella maggiore da una scarpata) si getta imprudentemente a capofitto ma che sente perfettamente naturale. Troverà Johnny Cash, Elvis, Carl Perkins, Sam Phillips e la Sun Records, Cowboy Jack Clement, la sorellina minore Linda Gail Lewis, Ray Price. Troverà un Jerry Lee ‘bigger than life’, posseduto dai demoni della sua musica, che si dimena tra successi e rovesci, matrimoni falliti, risse, arresti e processi in una sequenza sempre più accelerata, allucinata. La narrazione di Tosches, giornalista musicale, autore di Country: The Biggest Music in America, di The Unsung Heroes of Rock&Roll e di Living High In the Dirty Business of Dreams, biografia di Dean Martin, è solenne,  ispirata ed efficace nel riversare nello stile l’arcaismo di una religiosità immanente e l’atmosfera di una società rurale in corso di dissoluzione. Il risultato è un’ epica biografia americana che racconta l’uomo, la sua musica, il successo, la caduta e la resurrezione di un mito contemporaneo (Jerry Lee è ancora in attività. E’ del 2010 il suo CD Mean Old Man). 

.

Gli emuli di Cozio

 Narra la storia che la Valle di Susa fosse popolata da 14 tribù celtiche, governate con energia da un certo Re Cozio (da cui il nome delle Alpi locali). Ai suoi tempi quei valsusini controllavano e presidiavano gli accessi naturali tanto che persino Annibale aveva dovuto a suo tempo concordare il passaggio. Cozio, anche dalle fattezze riprodotte su bronzo, sembrava un duro e godeva del rispetto e del sostegno popolare. Di lui si è in questi giorni ritrovato il Palazzo, nel pieno centro storico di Susa. Cozio aveva anche il dono di saper capire al volo le situazioni, cioè per dirla come i napoletani ‘non era un fesso’ tanto è vero che alla vista delle legioni di Ottaviano capì che doveva scegliere in fretta. E scelse (saggiamente per sè) di offrirsi ai potenti (non ci è pervenuto il parere della sua gente). In cambio, questi gli lasciarono la sua fettina di potere, nominandolo Prefetto e inserendolo nelle gerarchie del governo locale. Cozio prosperò, diede prospettive ai suoi discendenti che divennero notabili taurinensi, e contribuì a tenere buona la sua gente favorendone l’integrazione. Vi ricorda qualcuno tutto ciò? Vi ricorda forse un leader politico della Valle o forse una Sindaca, i quali, viste le forze contrapposte, hanno pensato bene di fare il salto della quaglia e accordarsi con gli ex nemici, pardon oggi si dice avversari, per un posto di Potere? Sempre per il bene della loro gente, naturalmente. Oggi l’uno è nientemeno che Segretario Provinciale di un Partito-appendice del PD, l’altra per ora è ancora Sindaca ma probabilmente anche per lei si apriranno porte non dorate ma solo laccate d’oro, come si addice ai gregari.

Razza testarda, i valsusini. Lo dicono anche gli adesivi che si vedono sui paraurti delle auto. In venti anni hanno quasi imparato a governarsi da soli, a riconoscere i loro Cozi, a non fidarsi dei politicanti; hanno espulso le tossine e si preparano a non farsi riconquistare.