Giovanni De Luna. Le Ragioni di un decennio

Giovanni De Luna

Le Ragioni di un decennio. militanza, violenza, sconfitta, memoria.

Feltrinelli, 2009.

Chiunque interessato a (ri)scoprire gli anni 70 italiani ben accoglierà questo saggio il cui maggiore merito, e non è poco, sta nel rendere omaggio ai giovani caduti per mano fascista o dello Stato durante una pratica militante che è stata cancellata, nelle forme e nella sostanza, dal fumo revisionista degli ‘anni di piombo’.  Al ripristino di quella memoria si accompagna l’analisi delle ragioni collettive e culturali di un impegno straordinario di una generazione di giovani che speravano di costruire un’Italia migliore ma che, a differenza dei loro genitori, sono usciti sconfitti da un Potere forte, subdolo, violento nonché da circostanze contingenti tutte ancora da  valutare aldilà dei luoghi comuni che sono stati finora fatti circolare.

C’è soprattutto Lotta Continua e c’è tanta Torino in questo libro semplicemente perché sotto la Mole è nata la più importante delle formazioni extraparlamentari, perché lì più che altrove si sono saldate le ragioni e le lotte degli studenti con quelle degli operai, con il sociale (i senzatetto, i detenuti, i soldati) e con l’antifascismo ‘istituzionale’. Molti di noi quindi vi si ritroveranno anche grazie alle pennellate di popular culture dell’epoca: film, personaggi e canzoni che fecero in misura varia da cassa di risonanza a quanto accadeva nelle piazze.

La storia di un decennio cruciale viene qui ripercorsa approfondendo le motivazioni dei protagonisti, più che i fatti stessi, ed il percorso è tematico oltre che cronologico: la ricerca delle verità negate da uno Stato che ad oggi non ha ancora offerto verità, l’antifascismo, la ‘centralità operaia’; con un occhio alle radici culturali del ribellismo sessantottesco e dei comportamenti collettivi sia della fase spontanea che di quella ‘organizzata’.

Non tutto però è da prendere per buono. Quando si arriva alle motivazioni dello scioglimento di Lotta Continua, la versione qui offerta è quella dell’esaurimento delle capacità di interpretare i cambiamenti globali, dell’inadeguatezza dell’analisi e delle contraddizioni interne ad un corpo militante diviso, della sconfitta operaia in fabbrica. La fine di LC, definita ‘una provvida eutanasia’ , è secondo l’autore sancita dalla Storia più che dalle umane vicende. Le quali certo influenzano e determinano la Storia, dico io, ma ne sono quasi sempre antefatto.

Ora, è pur vero che nel 1976 c’era difficoltà di analisi, di cui peraltro soffriva anche il PCI visto l’esito della vertenza FIAT del 1980, c’erano scossoni interni per istanze femministe, c’era il ripiegamento della parte più ‘opinionista’ di fronte all’inasprimento dello scontro da parte dello Stato (legge Reale e uso di armi da fuoco sempre più frequente) ma è ancora più vero che una dirigenza intellettuale e studentesca, la stessa delle origini, aveva ormai deciso che il gioco non valeva più la pena, che LC doveva trasformarsi in movimento d’opinione utilizzando il giornale come tribuna. Da lì la ‘sciagurata’ (come ebbe a definirla Erri De Luca), verticistica decisione di partecipare alle elezioni politiche del 1976 e l’abbandono progressivo delle proprie responsabilità, l’utilizzo strumentale delle femministe per mantenere il controllo dell’organizzazione, il boicottaggio delle iniziative legate alla pratica antifascista per tentare l’eliminazione del ‘nocciolo duro’, militante dell’organizzazione: operai, servizio d’ordine. Insomma, una dirigenza che ‘non aveva più voglia di giocare’, che ormai puntava alla propria realizzazione sociale e professionale, al Parlamento, agli enti locali. Una dirigenza pesantemente infiltrata dal PCI fino a livello di quadri intermedi.

Se queste ragioni non vengono considerate da De Luna, bene vengono descritte le terribili conseguenze della fase successiva allo scioglimento di LC su tutta una generazione di militanti: il ritorno all’atomismo sociale, l’isolamento, il terrorismo, la droga, l’oblio storico, politico e sociale. I confusi interventi di lettori del giornale vengono dall’autore offerti come testimonianza della prevalenza tra i ‘lettori’ del punto di vista della spontaneità delle idee e dei comportamenti rispetto alle sicurezze dei ‘militanti’. Con altro occhio, si potrebbe dire che quelle lettere rispecchiano il drammatico smarrimento di ragazzi che non hanno più punti di riferimento e la cui unica risorsa è di rivolgersi ad un giornale.

Cosa avrebbe potuto essere LC se non si fosse sciolta e con un’altra dirigenza è arduo da immaginare. Forse una dirigenza non pavida e dimissionaria avrebbe potuto analizzare a fondo la teoria dell’operaio sociale, fino ad allora elaborata solo dall’Autonomia, e trovare un ruolo di guida  dell’opposizione diffusa contribuendo ad arginare sia il terrorismo che la corsa sfrenata alla dissoluzione sociale degli anni ’80.  Energie e intelligenze c’erano. Il ‘Tutti a casa’ ha lasciato prospettive a chi si è fatto precursore di  un vuoto ‘politically correct’ progressista che si emoziona all’incontro tra le vedove Pinelli e Calabresi ma che rinuncia ad affermare la verità, di un antifascismo perdente di fronte al revisionismo storico e politico, e ha dato opportunità solo a coloro tra gli ex che hanno fatto carriera nelle professioni e nelle istituzioni, la cosiddetta lobby di Lotta Continua.  Chissà, forse con Lotta Continua a tenere le piazze una marcia dei 40.000 non si sarebbe svolta…Così come niente è inevitabile, il permanere di un presidio del punto di vista di classe avrebbe potuto modificare le condizioni della resa al pensiero unico del Nuovo Ordine Mondiale, almeno localmente. Il nuovo saggio di Angelo D’Orsi lavora proprio su tali ipotesi.

Niente di quanto è successo era evitabile invece, sembra volerci dire De Luna, era tutto scritto nella storia interna di LC e  di quella sinistra.  E’ una tesi più che discutibile e che alle orecchie di chi visse i fatti in prima persona e dal punto di vista militante suona come una argomentata giustificazione delle terribili  responsabilità degli ex dirigenti. Alcuni dei quali sono ricorrenti nella memorialistica di settore e  sono anche qui, non a caso, tra le fonti dirette della ricerca.  Se all’autore dobbiamo dunque essere grati per il dovuto ed encomiabile riscatto della memoria dei caduti di quegli anni, d’altra parte, non possiamo non stigmatizzare la riproposizione di tesi che i vinti di cui si parla non sottoscriverebbero.  La sensazione diffusa, leggendo le pagine centrali, è che si voglia  consolidare una specie di revisionismo di nicchia, di storiografia ufficiale della dirigenza di LC. Se e quando si potrà attingere ad una memorialistica di base forse si apriranno le porte della verità storica su anni ancora difficili da interpretare. (F.S.)

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Info mavericknews
Organizzatore di eventi, laurea e master all'Università del Texas in Studi Americani, giornalista pubblicista dal 2009. Direttore della rivista American West, si dedica poi alle tematiche ambientali e alla cronaca delle lotte sociali. I suoi articoli sono stati pubblicati su Tg Maddalena, Tg Vallesusa, Valsusa Notizie, Prendocasa, Carmilla Online, Contropiano. Ha co-prodotto l'inchiesta filmata La Baita- Presidio No Tav in Val Clarea. Per Lu:Ce edizioni, ha pubblicato Resa dei Conti alla Maddalena. 2010-2011. Diario di due anni di lotta contro l'Alta Velocità in Valle di Susa.

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