Per qualche dollaro in più…

Aggrediti i consiglieri 5 Stelle in Consiglio Regionale

Una volta di più si conferma che quando si tratta di soldi la Casta si ritrova indissolubilmente bipartisan. E’ questo che volevano dimostrare Davide Bono e Fabrizio Biolè, consiglieri del Movimento 5 Stelle, quando hanno lanciato in aula  banconote facsimile con il timbro No Tav in risposta all’approvazione di un minitaglio alle indennità di consiglieri e Assessori: solo il 10% per un risparmio di 700.000 euro (correlato comunque ad una riduzione dei trasferimenti statali in caso di mancata riduzione – quindi quasi obbligato)  a fronte della proposta (respinta) dei 5 Stelle per un taglio di stipendi, indennità e vitalizio che avrebbe fatto risparmiare  12 milioni annuali. Al lancio delle banconote, lorsignori tutti (quelli che…tutto meno la violenza) si sono infuriati e si sono scagliati contro i colleghi 5 Stelle a insulti, calci e minacce.  La Stampa ha addirittura intitolato ‘…rischiano il linciaggio’.  I più violenti: il PD Boeti, il PDL Motta. Il primo si esibisce in un classico ‘Tenetemi che lo meno…’, l’altro, valoroso seguace di LaRussa, raggiunge Bono nell’emiciclo e lo calcia alle spalle. Si beccherà una querela documentata. Insomma, ci hanno ricordato che sulle speculazioni come la Tav sono tutti d’accordo purchè le loro tasche rimangano piene.  Non hanno neanche ancora imparato  che i 5 Stelle filmano tutte le sedute di Consiglio quindi chi volesse, può vedere la scena poco edificante su www.piemonte5stelle.it (F.S.) 31.12.10

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Shrinking Cities

Nel mio costante confronto con quanto succede qui da noi ed oltreoceano, oggi mi cade l’occhio su qualcosa di rilevante in materia di ambiente. La notizia è che di fronte alla diminuzione di abitanti nelle città industriali per colpa della crisi economica e conseguente abbandono di aree fino a ieri popolate, la ricetta proveniente dallo Stato del Michigan, nel Midwest, è quella di far abbattere le case vuote per restituire la spazio alla natura creando al loro posto prati, boschi,fiumi e laghi artificiali. Nella città di Flint, Michigan,1100 edifici sono già stati abbattuti ma il piano prevede che altri 3000 seguano lo stesso destino. L’amministrazione federale ha raccolto l’idea ed ha messo in cantiere un piano nazionale per ripetere su grande scala l’iniziativa di Flint. Il fine è quello di restituire quanto più terra possibile alla natura affinchè chi rimane sia circondato da prati e boschi e non da deserti di cemento inabitato.

Mi colpisce inoltre sapere che nella contea di San Diego, California, è stata varata una legge locale che obbliga a sottoporre al giudizio della comunità interessata tramite referendum qualsiasi piano di ‘sviluppo’ edilizio/commerciale.

Chi come noi ha a cuore le sorti della natura e vorrebbe che molte più risorse fossero utilizzate per trovare soluzioni a questo nostro modo di vita alienante e insostenibile per l’ambiente, non può che rallegrarsi di notizie come queste. Noi, provinciali dell’Impero, andiamo controcorrente, come sembra: in Italia l’edilizia divora ogni anno 250.000 ettari di territorio, secondo un recente rapporto europeo, e negli ultimi 15 anni abbiamo distrutto 3.663.000 ettari di ambiente naturale. Da noi le aree verdi sono concesse dai Comuni alla speculazione edilizia come aree industriali per ottenerne i tributi e nel giro di alcuni anni vengono trasformate consapevolmente, via piano regolatore, in terreni edificabili cosicchè chi le aveva acquistate a basso prezzo vi può costruire condominii guadagnandoci sul valore dei terreni.  Così oltre ad un numero spropositato di centri commerciali, nascono nuovi, brutti, quartieri destinati ai fuggiaschi dalle città o a rimanere inutilizzati a lungo visto che il mercato immobiliare è fermo. Ma nel frattempo, anche a fronte di un esodo significativo, le città aumentano le aree abitative. In un paese di 60 milioni di abitanti (in aumento, visti i recenti dati sull’immigrazione) pochi si chiedono il perché di questa ulteriore diversità di atteggiamento tra noi e gli USA. Forse che i problemi attuali sono così diversi o è diverso il modo di considerarli?

In California si impongono strumenti consultivi preventivi contro l’eccesso di sviluppo e qui si promette l’esercito contro comunità mai interpellate, come quella della Val di Susa che non vuole che si distrugga la valle per progetti di alta velocità obsoleti già nei presupposti. Qui vogliamo le centrali nucleari, e la città di Austin, Texas, investe milioni di dollari sull’energia eolica e cede 2500 ettari di suolo per una centrale che dovrà produrre energia solare. Là si riflette su come controllare lo sviluppo eccessivo e qui continuiamo imperterriti a coprire la penisola di cemento in nome dello ‘sviluppo’. Uno sviluppo che odora di malversazioni, mafia e finanziamenti trasversali.

Da che parte stiamo noi ? – chiedeva Woody Guthrie in musica agli americani negli anni della Grande Depressione. Che sia arrivato il momento anche per noi di chiedercelo, vedendo le nuove case che strangolano sempre più la nostra necessità di vivere più in sintonia con la natura?  (F.S.)

Giovanni De Luna. Le Ragioni di un decennio

Giovanni De Luna

Le Ragioni di un decennio. militanza, violenza, sconfitta, memoria.

Feltrinelli, 2009.

Chiunque interessato a (ri)scoprire gli anni 70 italiani ben accoglierà questo saggio il cui maggiore merito, e non è poco, sta nel rendere omaggio ai giovani caduti per mano fascista o dello Stato durante una pratica militante che è stata cancellata, nelle forme e nella sostanza, dal fumo revisionista degli ‘anni di piombo’.  Al ripristino di quella memoria si accompagna l’analisi delle ragioni collettive e culturali di un impegno straordinario di una generazione di giovani che speravano di costruire un’Italia migliore ma che, a differenza dei loro genitori, sono usciti sconfitti da un Potere forte, subdolo, violento nonché da circostanze contingenti tutte ancora da  valutare aldilà dei luoghi comuni che sono stati finora fatti circolare.

C’è soprattutto Lotta Continua e c’è tanta Torino in questo libro semplicemente perché sotto la Mole è nata la più importante delle formazioni extraparlamentari, perché lì più che altrove si sono saldate le ragioni e le lotte degli studenti con quelle degli operai, con il sociale (i senzatetto, i detenuti, i soldati) e con l’antifascismo ‘istituzionale’. Molti di noi quindi vi si ritroveranno anche grazie alle pennellate di popular culture dell’epoca: film, personaggi e canzoni che fecero in misura varia da cassa di risonanza a quanto accadeva nelle piazze.

La storia di un decennio cruciale viene qui ripercorsa approfondendo le motivazioni dei protagonisti, più che i fatti stessi, ed il percorso è tematico oltre che cronologico: la ricerca delle verità negate da uno Stato che ad oggi non ha ancora offerto verità, l’antifascismo, la ‘centralità operaia’; con un occhio alle radici culturali del ribellismo sessantottesco e dei comportamenti collettivi sia della fase spontanea che di quella ‘organizzata’.

Non tutto però è da prendere per buono. Quando si arriva alle motivazioni dello scioglimento di Lotta Continua, la versione qui offerta è quella dell’esaurimento delle capacità di interpretare i cambiamenti globali, dell’inadeguatezza dell’analisi e delle contraddizioni interne ad un corpo militante diviso, della sconfitta operaia in fabbrica. La fine di LC, definita ‘una provvida eutanasia’ , è secondo l’autore sancita dalla Storia più che dalle umane vicende. Le quali certo influenzano e determinano la Storia, dico io, ma ne sono quasi sempre antefatto.

Ora, è pur vero che nel 1976 c’era difficoltà di analisi, di cui peraltro soffriva anche il PCI visto l’esito della vertenza FIAT del 1980, c’erano scossoni interni per istanze femministe, c’era il ripiegamento della parte più ‘opinionista’ di fronte all’inasprimento dello scontro da parte dello Stato (legge Reale e uso di armi da fuoco sempre più frequente) ma è ancora più vero che una dirigenza intellettuale e studentesca, la stessa delle origini, aveva ormai deciso che il gioco non valeva più la pena, che LC doveva trasformarsi in movimento d’opinione utilizzando il giornale come tribuna. Da lì la ‘sciagurata’ (come ebbe a definirla Erri De Luca), verticistica decisione di partecipare alle elezioni politiche del 1976 e l’abbandono progressivo delle proprie responsabilità, l’utilizzo strumentale delle femministe per mantenere il controllo dell’organizzazione, il boicottaggio delle iniziative legate alla pratica antifascista per tentare l’eliminazione del ‘nocciolo duro’, militante dell’organizzazione: operai, servizio d’ordine. Insomma, una dirigenza che ‘non aveva più voglia di giocare’, che ormai puntava alla propria realizzazione sociale e professionale, al Parlamento, agli enti locali. Una dirigenza pesantemente infiltrata dal PCI fino a livello di quadri intermedi.

Se queste ragioni non vengono considerate da De Luna, bene vengono descritte le terribili conseguenze della fase successiva allo scioglimento di LC su tutta una generazione di militanti: il ritorno all’atomismo sociale, l’isolamento, il terrorismo, la droga, l’oblio storico, politico e sociale. I confusi interventi di lettori del giornale vengono dall’autore offerti come testimonianza della prevalenza tra i ‘lettori’ del punto di vista della spontaneità delle idee e dei comportamenti rispetto alle sicurezze dei ‘militanti’. Con altro occhio, si potrebbe dire che quelle lettere rispecchiano il drammatico smarrimento di ragazzi che non hanno più punti di riferimento e la cui unica risorsa è di rivolgersi ad un giornale.

Cosa avrebbe potuto essere LC se non si fosse sciolta e con un’altra dirigenza è arduo da immaginare. Forse una dirigenza non pavida e dimissionaria avrebbe potuto analizzare a fondo la teoria dell’operaio sociale, fino ad allora elaborata solo dall’Autonomia, e trovare un ruolo di guida  dell’opposizione diffusa contribuendo ad arginare sia il terrorismo che la corsa sfrenata alla dissoluzione sociale degli anni ’80.  Energie e intelligenze c’erano. Il ‘Tutti a casa’ ha lasciato prospettive a chi si è fatto precursore di  un vuoto ‘politically correct’ progressista che si emoziona all’incontro tra le vedove Pinelli e Calabresi ma che rinuncia ad affermare la verità, di un antifascismo perdente di fronte al revisionismo storico e politico, e ha dato opportunità solo a coloro tra gli ex che hanno fatto carriera nelle professioni e nelle istituzioni, la cosiddetta lobby di Lotta Continua.  Chissà, forse con Lotta Continua a tenere le piazze una marcia dei 40.000 non si sarebbe svolta…Così come niente è inevitabile, il permanere di un presidio del punto di vista di classe avrebbe potuto modificare le condizioni della resa al pensiero unico del Nuovo Ordine Mondiale, almeno localmente. Il nuovo saggio di Angelo D’Orsi lavora proprio su tali ipotesi.

Niente di quanto è successo era evitabile invece, sembra volerci dire De Luna, era tutto scritto nella storia interna di LC e  di quella sinistra.  E’ una tesi più che discutibile e che alle orecchie di chi visse i fatti in prima persona e dal punto di vista militante suona come una argomentata giustificazione delle terribili  responsabilità degli ex dirigenti. Alcuni dei quali sono ricorrenti nella memorialistica di settore e  sono anche qui, non a caso, tra le fonti dirette della ricerca.  Se all’autore dobbiamo dunque essere grati per il dovuto ed encomiabile riscatto della memoria dei caduti di quegli anni, d’altra parte, non possiamo non stigmatizzare la riproposizione di tesi che i vinti di cui si parla non sottoscriverebbero.  La sensazione diffusa, leggendo le pagine centrali, è che si voglia  consolidare una specie di revisionismo di nicchia, di storiografia ufficiale della dirigenza di LC. Se e quando si potrà attingere ad una memorialistica di base forse si apriranno le porte della verità storica su anni ancora difficili da interpretare. (F.S.)

Offensiva No Tav a Bruxelles

In un’atmosfera tesa in Parlamento e nelle strade di Roma dove 100.000 studenti hanno marciato sui Palazzi e si sono scontrati con la Polizia, la delegazione della Valsusa è ritornata da Bruxelles incoraggiata. I delegati, Sandro Plano (Presidente Comunità Montana), Carla Mattioli (Sindaca di Avigliana), Antonella Falchero (Assessore di Sant’Ambrogio), Emilio Chiaberto (Sindaco di Villarfocchiardo), Paolo Chirio (Consigliere di Caprie),  Nilo Durbiano (Sindaco di Venaus), Dario Fracchia (Sindaco di Sant’Ambrogio), Rino Marceca (Vice Presidente di Comunità Montana) e Paolo Prieri per i Comitati, hanno portato le 26 delibere contrarie alla Torino-Lione ed hanno incontrato, tra gli altri, Jean-Eric Parquet, Direttore delle Ten-T (Trans European Transport Networks) e Gunther Ettl (assistente del responsabile del “Corridoio 5” Laurens Jan Brinkhorst). I colloqui si sono incentrati sulla qualità delle informative inviate da Virano alla Commissione europea nel giugno 2008 (vi si affermava falsamente che era stato raggiunto un accordo tra tutte le amministrazioni interessate e l’Osservatorio) e sulla imminente consultazione delle carte dell’Osservatorio stesso grazie ad una sentenza del TAR che conferma, in base alle direttive europee, l’obbligo di disponibilità pubblica di tale documentazione, una disponibilità finora negata non a caso, da Virano. Per capire l’importanza della questione, basta ricordare che il cosiddetto Documento di Prà Catinat fu la base della decisione politica di procedere con la progettazione della linea e di inoltrare le richieste di finanziamento europeo. Nella documentazione in oggetto non si sarebbe trovato alcun riscontro di accordi condivisi nel corso della visita ufficiale (con avvocati) all’Osservatorio. Nell’immediato, i risultati dell’incontro erano sembrati poco chiari: La Repubblica del 14 Dicembre sosteneva che la Commissione Europea avesse confermato una generica priorità della Torino-Lione mentre da parte No Tav si sottolineavano solo due aspetti importanti: la conferma di essere diventati interlocutori considerati e l’evidenza dell’unità istituzionale e popolare. Poi, dopo la ‘perquisizione popolare’ dell’Osservatorio, un Comunicato Stampa dei Comitati in data 22 Dicembre informa che è stata inviata a Bruxelles una richiesta di intervento ispettivo urgente presso l’Osservatorio per verificare ‘…l’assenza di qualsiasi documentazione a supporto della tesi secondo la quale la Comunità Montana della Valle Susa e numerosi Comuni avrebbero firmato il testo del documento di Pracatinat, subdolamente denominato “Accordo”…’. Nella stessa lettera si confutano anche alcune affermazioni tecniche fornite dal documento riguardanti la presunta ‘inadeguatezza della linea storica’.  Tutta questa attività sembra aver suscitato un certo nervosismo nel fronte dei nostri developers: La Stampa del 19 Dicembre ospita un fondo di Irene Tinagli in cui si accenna alle proteste contro l’Alta Velocità dicendo un po’ stizzosamente ‘…che presto otterranno la grandiosa vittoria di farci togliere dall’Unione Europea tutti i fondi stanziati per la realizzazione della Tav…’; poche pagine dopo si celebra il ritorno alla vita di uno zombie della politica, Valerio Zanone, mettendone in risalto nel titolo la speranza che non si abbandoni il progetto Tav.

Se si aggiunge che Italia e Francia hanno chiesto una deroga sui tempi per accordarsi sulla spartizione dei finanziamenti, la situazione si fa sempre più critica: l’inizio dei lavori a Chiomonte diventa sempre più  decisivo.

Vedremo cosa sortirà da tutto questo ma un dato forte salta subito all’occhio: che il Movimento No Tav è oggi capace di muoversi in sede internazionale con iniziative politico/legali. E che Virano è in qualche misura in via di delegittimazione. Ora è ufficialmente ‘Il Gran Bugiardo’. 

Le responsabilità della rabbia

I sostenitori della non violenza a tutti i costi come forma di lotta democratica e accettabile dalle nostre regole sociali dovrebbero riflettere alla luce di quanto successo in Italia da una decina d’anni a questa parte, tanto per darci dei termini di partenza. In tal selezionato limite di tempo si sono succedute due crisi mondiali, una originata dai Paesi emergenti dell’Estremo Oriente e peggiorata dai rivolgimenti geopolitici seguiti all’11 Settembre; l’altra, quella che stiamo vivendo ancora oggi e che ha messo seriamente in pericolo gli equilibri finanziari  internazionali. In questo lasso di tempo si sono susseguiti in Italia cinque governi (compreso l’attuale) e la situazione economica del paese è progressivamente peggiorata. La nostra classe politica non ha certo fatto scelte di grande cabotaggio limitandosi a tentare di controllare i cambiamenti con pezze provvisorie o con leggi scombinate che qualcuno ha sempre voluto chiamare ‘riforme’ ma che tali nei fatti non sono mai state neanche nella definizione specifica dei singoli settori (vogliamo chiamare riforme le poche privatizzazioni?). A fronte dell’appello europeo per ridurre in 20 anni del 20% le emissioni inquinanti, il modello di sviluppo non è mai neanche stato messo in discussione, tantomeno in Italia dove la media borghesia si è ritrovata piccola e così via all’indietro, dove la malavita organizzata si è estesa al Parlamento, dove il territorio violentato dalle amministrazioni comunali con cemento e centri commerciali e edilizia abusiva si è indebolito, dove la campagna è arretrata nella misura di 250.000 ettari all’anno, dove i giovani hanno imboccato la strada del precariato a vita, dove cassa integrazione, licenziamenti e attacco alla contrattazione collettiva hanno eroso la sopportazione dei lavoratori dipendenti. Non stiamo poi a parlare delle famose piccole imprese, cosiddette gioiello dello sviluppo italiano, che sono state abbandonate a se stesse.   Ebbene, malgrado tutte queste piacevolezze abbiano tartassato il corpo sociale, gli italiani si sono comportati in modo più che civile: hanno alimentato il volontariato, hanno dato vita a comitati spontanei e centri sociali per affrontare i guai locali, hanno manifestato sempre pacificamente (salvo essere comunque aggrediti pesantemente, come a Napoli e a Genova nel 2001, per cecità autoritaria), hanno scalato tetti, gru, hanno ripopolato simbolicamente isole e carceri, hanno fatto lezioni per strada, scioperi, girotondi, ecc. dando fondo alla migliore e proverbiale fantasia nazionale…ma non è successo mai nienteQuesto è il fatto grave che sposta ogni responsabilità sulla classe politica che ci ha governato finora. La riforma Gelmini è stata approvata malgrado anni di protesta pacifica; in Val di Susa non è stata tirata una sola  pietra in vent’anni di lotta all’Alta Velocità… con nessun risultato: il comitato d’affari di partiti e developers non fa che ripetere: La Tav si farà!, e prepara la seconda militarizzazione del territorio.

Gli ipocriti che invocano sempre e solo ‘il confronto democratico’  dovrebbero rendersi conto che la rabbia è cresciuta, si è diffusa insieme alla frustrazione nel constatare che ‘il confronto democratico’ è limitato alla protervia del Potere ed alla pazienza della gente. I segnali che stiamo  ricevendo da qualche settimana dicono che la rabbia ha cominciato a tracimare in forma spontanea. E che con la rivolta, come a Terzigno, si ottengono risultati. Il passo successivo è quello della forma organizzata. Nessuno dica di non esserne consapevole e le responsabilità siano chiare.

Ipocrisie da salotto e manipolazione dell’informazione

Ci risiamo. 100.000 studenti scendono in piazza a Roma per protestare contro un ‘governo’ che sancisce con la Riforma Gelmini la loro condanna alla precarietà permanente; ne seguono disordini e violenze come da tempo non succedeva mentre all’interno dei Palazzi del Potere deputati e Senatori si insultavano e venivano alle mani. Naturalmente, i mezzi busti di TUTTE le Tv ed i giornali hanno subito cominciato la gara a chi snocciolava più ‘condanne’ della violenza della piazza: tutto meno la violenza! Nelle tante interviste tra ieri e oggi, una domanda-assist per costringere il soggetto a declamare pubblicamente la propria ‘condanna’ era immancabile. Ci si è messo anche Saviano, reduce dai suoi edulcorati interventi in tv, a discettare sulla violenza che si ritorce sulle ragioni di chi protesta, ecc…Su Repubblica, Giuseppe D’Avanzo usuale fustigatore di Berlusconi smentisce i suoi stessi colleghi che raccontano di un coinvolgimento generale negli scontri, dicendo che erano duecento facinorosi (ad imprgnare la polizia su più fronti).  E poi vi raccomando l’originalità dei commenti: ovviamente ‘i violenti’ sono sempre una minoranza (salvo poi vedere immagini di una massa enorme di dimostranti che fronteggia la polizia) e ovviamente ‘i violenti’, chissà perché, vengono sempre ‘da fuori’ (e certo! quella di ieri era una manifestazione nazionale) : le comunità di ‘protestatari’ sono sempre sane e democratiche anche quando, come a Terzigno, sono centinaia i cittadini della zona che si scontrano con la polizia, mamme, nonne e ragazzini compresi ma ci sono sempre gli ‘infiltrati’ che sono cattivi e ‘da non confondere con i ‘buoni’ del luogo. O come in Valle di Susa che conta 70.000 abitanti, fa manifestazioni da 40.000 ma, come mi diceva quest’estate Paola Pozzi (ex Assessore torinese PD), ricevono sicuramente gente ‘da fuori’: mi assicurava che, avendo visto esposta a Genova una bandiera No Tav si era convinta che diversi ‘esterni’ giungessero da lì… Vorrei che si ricordassero tutti che i veri black blocks li ha inventati Cossiga nel 1977 disponendo l’infiltrazione di agenti in borghese nei cortei per provocare disordini e permettere l’intervento pesante della polizia. Fu così che morì Giorgiana Masi. E chi si scorda i black blocks genovesi del 2001 fotografati e filmati insieme agli agenti in divisa? Altri non se ne trovarono, neanche a sorpresa nella Diaz…

Tutti quei commentatori campioni della non violenza  non hanno niente da dire se cinque, dieci poliziotti si accaniscono su ragazzini inermi. Ma si sa, i poliziotti sono stressati ed è naturale che si sfoghino: colpa di chi protesta.

Nelle cronache si sono sprecate le segnalazioni dei caschi dei dimostranti come prova inoppugnabile di premeditazione e preparazione alla violenza quando non sono altro che umana preoccupazione per la propria incolumità;  quando per poter protestare si sa di poter subire la violenza di reparti-killer impunibili  (a quando la richiesta che compaiano numeri di identificazione sui caschi dei poliziotti in ordine pubblico?). Tutto il resto (petardi, palloncini pieni d’acqua, scudi di cartone, pietre) non era altro che ordinario materiale di autodifesa in piazza.

I giornali stranieri hanno correttamente messo in relazione quanto succedeva in sede istituzionale con le proteste nelle strade: Fiery protests (Ardenti, appassionate, proteste)  intitolava il New York Times.

Allora, tanti miei più illustri colleghi giornalisti o ci sono o ci fanno, cioè o sono consapevoli di usare tecniche di manipolazione dell’informazione, e si prestano a farlo senza esitazioni (credo la maggior parte dei casi) perché sono politicamente schierati, o sono basilarmente dei conformisti che fanno pessima informazione attingendo per pigrizia ai luoghi comuni ed alle frasi fatte. Se no (terza ipotesi), sono probabilmente solo ignoranti e riassumono in sé indirettamente le due caratteristiche di cui sopra.

Per quanto riguarda invece la violenza il discorso si fa più complesso. Certo a chi guarda scontri di piazza dal caldo del suo salotto o dalla poltrona del proprio ufficio, la violenza appare sempre ‘terribile’, ‘da evitare’, ‘estranea al confronto democratico’, ecc.Dovrebbero forse trovarsi al posto di chi è in condizioni critiche, precario, disoccupato, cassintegrato, senza prospettive per sé e per i figli in un paese ridotto come è il nostro e con l’esempio di una classe politica in gran parte corrotta, collusa con la malavita, che bada prevalentemente a conservare il proprio potere utilizzando a tal fine anche il denaro pubblico, per capire come e quanto ci si possa arrabbiare. Facciamoci una domanda: in un’Italia simile, come possono uno o più cittadini esprimere dissenso o protesta senza suscitare reazioni indignate? Comprando una pagina di giornale, forse? Perché abbiamo di quest’anno assistito a denunce di ‘squadrismo’ (Fassino) per proteste pacifiche contro, per esempio, i Bonanni, i Dell’Utri, i . Ormai anche solo i fischi  sono etichettati come ‘violenza’, ‘metodi antidemocratici’. Si dirà che sono ammesse solo proteste pacifiche salvo poi mandare la polizia ad aggredire per esempio i valsusini che hanno da sempre resistito dichiaratamente solo in modo pacifico alle prepotenze dei comitati d’affari dell’Alta Velocità (a meno che le palle di neve vengano considerate inammissibili armi improprie o uno sfregio intollerabile). Riflettiamo su questo e su quanto si possa essere arrabbiati e disperati nell’Italia di oggi in attesa che dopo gli studenti si arrabbino pure i loro padri e allora ne vedremo delle belle.

Diario Tav.10 e 11 Dicembre, il weekend europeo

Il Convegno

Un velo di gelo umido si alza dai laghi quando cala il sole ad Avigliana. Per il visitatore che viene da altrove la toponomastica poco organizzata non aiuta a trovare la destinazione neanche con google map. Alle 20,30 del venerdì c’è solo qualche anima sulla main street. Aldilà, buio e deserto e non un cane a cui chiedere informazioni. Devo girare un po’ a naso per trovare il Teatro Fassino (ahi!… calma, è il padre, partigiano) dove ha luogo il primo dei due eventi del weekend europeo del Movimento No Tav, il Convegno che prevede collegamenti via Skype con le altre situazioni di lotta contro le Grandi Opere Inutili. E’ il primo ’evento internazionale’ del Movimento. Vi partecipano  i migliori analisti delle varie facce del business Alta Velocità, gente che ha lavorato per Ministeri, Ferrovie, aziende specializzate e università. Quanto viene detto conferma indirettamente che se si va appena sotto la superficie della propaganda si trovano dati difficili da smentire. Dati che, se venissero adeguatamente considerati, metterebbero in crisi il grande piano di infrastrutture. Dagli interventi di Ivan Cicconi, Gerardo Marletto, Roberto Vela, Sergio Ulgiati, impariamo per esempio che l’Europa ha in realtà già formulato da tempo intenti e direttive chiare nella direzione della sostenibilità delle opere e della riduzione dei fattori inquinanti. Solo probabilmente per la forte pressione delle lobbies dei costruttori tali intenti sono stati finora ignorati e disattesi. Apprendiamo che la nuova Company NTV di Della Valle, Montezemolo e certo Punzo, imprenditore campano in odore di camorra, ha ottenuto dal Governo Prodi in pochi mesi tutte le agibilità e garanzie per entrare sul mercato europeo dell’Alta Velocità in posizione competitiva, con un capitale iniziale di un milione di euro che grazie alle entrature ottenute ed alle ricapitalizzazioni per l’ingresso di nuovi soci (es. Intesa San Paolo) è aumentato in tre anni a 282 milioni e un parco di una trentina di vettori. Accanto a questo lampante esempio di cointeressenza tra potere politico ed economico, tra benefici pubblici ed interessi privati, c’è il caso di Trenitalia che ottiene fondi per acquistare un numero spropositato di vettori rispetto alla reale necessità per l’Italia: se NTV si muove in Europa con 28 treni, i nostri ne possiedono circa 160 per la rete nostrana. Qualcuno ci dica dove sono e che cosa ne è di tutti questi treni e perché sono stati spesi soldi pubblici per riempire i depositi di treni inutilizzati!

A testimoniare solidarietà e vicinanza di intenti valgono gli interventi dei No Ponte da Reggio Calabria, dei No Tav dalla Francia, del Comitato di via Casacci di Bologna dove un intero quartiere sfiorato dal Tav in sotterranea sulla linea Firenze- Roma denuncia da anni smottamenti, crolli e invasioni di ratti, da Portogruaro dove  si è formato da poco un Comitato di resistenza alla tratta in AV da Venezia a Trieste, della Fiom, dei No Dal Molin, dei No Tangest, degli aquilani del Comitato 3.32, dei fiorentini contro il sottoattraversamento della città, dei tedeschi dello Stuttgart 21, dei Comitati di Terzigno e dell’Area Vesuviana che stavano manifestando dietro lo striscione Da Terzigno alla Valsusa. Il teatro è strapieno e lo rimane fino alla fine ma più che il successo di pubblico, che certo non era in dubbio, chi bada alla sostanza delle cose deve registrare l’avanzamento dei lavori del Movimento No Tav per saldarsi a forze diffuse sempre più interessate a collaborare stringendosi in una rete di rapporti nazionali ed europei che potrà dare buoni frutti sia in prospettiva politica sia nel futuro prossimo. Da questa rete di contatti il Movimento della Valsusa emerge come riferimento politico ed esempio trainante per tutti gli altri. Infine, e non meno importante, con questo convegno vengono potenziati i sistemi di comunicazione del Movimento grazie a nuovi legami con gruppi di giovani informatici locali che hanno collaborato in massa alla realizzazione dell’evento: una trentina di ragazzi che con un minimo autocoordinamento hanno stabilito ponti wi-fi, collegamenti in banda larga e altre diavolerie telematiche. Avranno certo modo di rendersi ancora più utili nei mesi a venire.

Il corteo

Come secondo atto di questo weekend europeo, il giorno dopo, sabato, si è tenuta a Susa una manifestazione in concomitanza con altre a Bayonne, Terzigno e Stoccarda, in un magnifico pomeriggio di sole che manteneva la temperatura sui 9 gradi. Un corteo di circa il doppio di partecipanti degli attuali iscritti torinesi al PD ha risposto alla lettera di Virano alle famiglie valsusine. Lo scopo era quello di coinvolgere la borgata di San Giuliano destinata da Ltf ad ‘ospitare’ un enorme cantiere e ad investire polemicamente la Sindaca voltagabbana Amprino delle sue responsabilità nell’accettare di fare di Susa un cantiere permanente per i prossimi 15 anni. Tanto più da quando la Regione ha annunciato che non ci sono i soldi per le compensazioni sbandierate in questi anni ( e per cui un Saitta ha speso di suo un po’ di soldi pubblici per alimentare un comitato di specialisti, suoi clientes e peones). Un esito, per le compensazioni, che era ampiamente prevedibile almeno dall’inizio dell’attuale crisi finanziaria. La simpatia della gente per una Sindaca che convoca clandestinamente per colloqui individuali, a Municipio chiuso, i cittadini che protestano per le paventate devastazioni, è stata espressa nei modi più creativi dalla folla e significativamente dalla sistemazione di una bandiera No Tav sul balcone del Municipio.

Il corteo non è stato tra i più partecipati, certo non come l’ultimo da Vaie a Chiusa ma 5-6000 persone sotto Natale e per onorare un appuntamento europeo acquisito ma non ancora assimilato rappresenta un segnale chiaro per chi vuole occupare militarmente la Valle: sotto questi numeri non si va MAI.

Diario Tav. 10 Dicembre

Ha dell’incredibile per tempistica e argomentazioni la lettera di Virano a 30.000 famiglie valsusine per convincerle che il Tav in fondo è accettabile. La lettera arriva dopo 20 anni di inganni, menzogne, botte, tentativi di sovvertire le risultanze elettorali, pressioni perlopiù indebite del suo Partito sugli amministratori contrari all’opera, minacce palesi o meno, propaganda velenosa e incontrastata sui media locali.

Già questo basterebbe a considerare la lettera un ulteriore inutile spesa di soldi pubblici (Ltf  è un’ impresa fittiziamente privata: è stata creata sui tavoli istituzionali per gestire la parte tecnico-progettuale ed il suo budget è costituito da fondi pubblici ).   La parte ‘argomentazioni’ è addirittura risibile e ti fa pensare che veramente quelli come Virano considerano i cittadini dei fessi pronti a bersi ogni panzana che viene calata dall’alto. A parlare più chiaro di lui, per chi ha avuto occasione di informarsi è il progetto preliminare della stessa Ltf diffuso ad Agosto in cui si danno i dettagli della devastazione, non escluse le ricadute sulla salute dei valsusini.Quel progetto è stato in realtà il miglior documento anti-Tav mai prodotto. Chi ne ha colto tutti i messaggi si è definitivamente schierato per il No.  Forse il risultato ad opera EVENTUALMENTE finita potrebbe essere un treno invisibile sottoterra a cui nessuno farebbe più caso ma prima di quell’eventualità ci stanno una quindicina d’anni (se bastassero) di distruzione dell’ambiente e della comunità stessa della Valle.

Chiamparino e la Tav

‘La Tav gliela facciamo passare proprio nel mezzo della Valsusa, perchè tanto è proprio una valle di merda che fa schifo in confronto a tutte le altre (Val d’Aosta, ecc.)’

(parole di Chiamparino sul pulmino che recava alcuni tecnici e politici locali a visitare il tratto discendente di avvicinamento alla galleria della Tav di zona francese). Fonte non anonima. Data non indicata

3 Dicembre

E’ un fine settimana affollato di eventi in città e in valle mentre il PD è in grave difficoltà dopo la rinuncia del rettore Profumo alla candidatura per Sindaco. Sembra proprio che non si aspettassero una decisione negativa e questo li manda in tilt: tutti i cacicchi riprendono forza mentre la Segreteria provinciale propende a candidare un homo veramente novus…Piero Fassino, il quale non aspettava altro. Da un bel po’ non aveva una qualche carica.  Naturalmente ‘Filura’ (con la u stretta), come è soprannominato qui in Piemonte per la sua fisicità peculiare,  è accreditato dalla nomenclatura come La Soluzione, indiscutibile per anzianità, esperienza e prestigio. Avrà i suoi problemi perché l’anima cattolica del Partito si sente esautorata da quella diessina e i cacicchi riprendono fiato. Il problema è che dei cacicchi (Gariglio, Tricarico, Placido) nessuno sembra in posizione di farcela. In più, il PD è incalzato dai vendoliani forti del successo milanese che chiedono le primarie ‘di schieramento’ per ripetere l’exploit con il loro candidato Passoni, grigio amministratore finanziario da anni in Giunta Chiamparino, distintosi solo per polemiche di bilancio tra Assessori. Va a finire che la spunterà, questa è la mia previsione, il vicechiamparino Tom DeAlessandri di cui faccio fatica a ricordare l’esistenza nell’ombra del Sindachissimo. Per i No Tav, poco cambierebbe: sono tutti d’accordo sull’opera. I Vendoliani, tra cui naviga in posizione rilevante, non dimentichiamolo, il nostro Ferrentino, secondo le distinzioni del loro leader sono per fare la Tav, come è stata fatta in Puglia, ma con soluzione concordata e morbida. Una posizione ormai superata qui dai fatti, come è superato Ferrentino che insiste a cercare dialoghi istituzionali mentre si prepara l’occupazione militare, ma che agli sprovveduti  vuole apparire più democratica. Giusto per recuperare gli elettori PD scontenti a sinistra.

I No Tav hanno convocato una conferenza stampa proprio sotto la sede Rai per non dare alibi alla disinformazione. Vogliono lanciare le manifestazioni europee del 10 e dell’11, far sapere che 26 delibere dei Comuni e della Comunità Montana sono state consegnate a Bruxelles e dichiararsi difensori dell’area archeologica della Maddalena. Non a torto: il sito neolitico che sovrasta lo sperone montagnoso entro cui si dovrebbe scavare il tunnel geognostico, è uno dei più importanti d’Europa e rischia di fare la fine di Pompei, anche più rapidamente visto che i primi scavi sarebbero fatti a colpi di esplosivo per fare la traccia alla talpa meccanica. Non se n’è accorto nessuno finora tranne l’Associazione  del marito dell’Assessore regionale Bonino che ha chiesto e ottenuto un contributo per ‘proteggerla’ e gestirla’…per i posteri. Giornalisti ci sono, c’è anche per  il TG3  la DeDonato da cui ci si aspetta una cronaca fedele. Non ci sono i due colleghi titolari per Stampa e Repubblica e, noto con curiosità che non ci sono gli anarchici del Comitato Torino e Cintura. So che avevano volantinato nei giorni precedenti  a Porta Susa ma mi fa strano che non ci siano. Potrebbe essere perché la conferenza stampa è un’iniziativa troppo istituzionale per loro…

Al TG delle 14 non c’è traccia del servizio. Ci sarà invece ma ridotto a pochi secondi ed inserito in una rassegna di cronaca cittadina varia nell’edizione serale. Mi chiedo per l’ennesima volta quali sono i meccanismi o i poteri decisionali di una redazione che conta alcuni membri non schierati, professionalmente e personalmente affidabili ma che vede sempre cancellate o poste in ultimo piano le notizie che riguardano il Movimento. Quanto contano le pressioni del Caporedattore o degli ‘anziani’, più legati per conformismo o per ‘direttive di scuderia’ al potere politico locale (leggi prevalentemente PD) nel costruire il TG? Quali gli equilibri che determinano quasi sempre la soppressione delle notizie o la diffusione della disinformazione o la manipolazione dei servizi in cui parlano solo i Virano e mai suoi interlocutori?

Grillo è in città! Ha sei spettacoli sold out e mentre c’è partecipa alla manifestazione per l’acqua pubblica di cui non si troverà traccia né in tv né sui giornali della domenica. Trova anche il tempo per una visita di solidarietà al Presidio della Maddalena dove i lavori di costruzione,a sigilli intatti, sono quasi conclusi. L’appuntamento per l’inaugurazione è Mercoledì 8 dopo un omaggio sul luogo della costituzione del primo nucleo partigiano in Valle, il Gruppo Carli. Approfittando forse di una redazione sguarnita di decisori, la DeDonato si rifà dei tagli subiti nel servizio di ieri (sabato) mandando un reportage dal presidio con dichiarazioni col botto di Grillo su mafia e partiti. Si attendono reazioni scomposte di Esposito e Merlo.